A caccia del virus

a caccia del virus, cinghiali

È di pochi giorni fa la notizia secondo cui, in questo periodo piuttosto turbolento, un altro virus, la peste suina, è pronto a spaventare il nostro paese e specialmente la regione più colpita dal Covid-19, la Lombardia.

La minaccia della peste suina è, in realtà, arrivata a settembre quando in Germania sono stati individuati i primi casi di animali infetti. Da quel momento la diffusione nel paese tedesco ha visto una notevole accelerazione tanto da preoccupare anche l’Italia.

Dalla Coldiretti, infatti, è subito arrivata la richiesta preventiva di interrompere le importazioni di animali vivi provenienti dalle zone colpite dalla peste suina con l’obiettivo di tutelare e salvaguardare gli allevamenti nostrani. È proprio questa la principale preoccupazione.

Si sa, la peste suina non è pericolosa per l’uomo – non può infatti trasmettersi neanche con l’ingerimento di carne infetta – ma lo è per gli animali e di conseguenza per l’economia del nostro paese. La sua diffusione rischierebbe di fare una vera e propria strage di quegli animali che rappresentano buona parte dell’alimentazione dei nostri concittadini. Danneggerebbe quindi uno dei settori economici più importanti d’Italia mettendo un ulteriore carico sui problemi che il nostro paese sta già cercando di affrontare. 

Tornando per un attimo alla pericolosità bisogna essere onesti, anche il Covid-19 inizialmente non era pericoloso per l’uomo perché erano i pipistrelli a trasmetterlo tra loro ma poi è sopraggiunto il salto di specie (spillover) e il virus ha raggiunto l’uomo con le conseguenze che conosciamo. La cosa che non sappiamo, però, è il momento in cui è avvenuto questo passaggio e nessuno sa se un giorno potrebbe interessare anche la peste suina qualora le occasioni di contatto tra i suini (infetti) e l’uomo dovessero moltiplicarsi. Sarebbe meglio quindi prestare attenzione non solo per proteggere i nostri allevamenti ma anche noi stessi.

La peste suina si caratterizza sia per l’estrema facilità di trasmissione che avviene attraverso il contatto tra animali – e con cibi – infetti oppure con attrezzature contaminate come potrebbero essere appunto i mezzi di trasporto, sia per l’elevato tasso di letalità, Nel 90% dei casi provoca, infatti, la morte del suino contagiato. Al momento, inoltre, non esistono vaccini.

E perché la Lombardia? Il motivo è perché solo in questa regione vengono allevati il 53% di tutti i suini presenti sul suolo della nostra penisola.

Il cinghiale veicolo di trasmissione

Il vero allarme, adesso, è legato ad un altro possibile veicolo di contagio: i cinghiali. Forse non tutti sanno che anche i cinghiali sono dei suini e che negli ultimi anni si sono moltiplicati rapidamente superando i 2 milioni di esemplari. Il problema dei cinghiali è legato al fatto che si tratta di animali selvatici che vivono liberamente e che nell’ultimo periodo, specialmente a causa del primo lockdown, si sono impossessati anche delle strade delle nostre città mettendo a rischio la sicurezza dei cittadini.

Questa proliferazione preoccupa la Lombardia anche a causa del secondo lockdown imposto a seguito della nuova ondata di Coronavirus. La chiusura significa avere meno persone per strada e più libertà di circolazione per i cinghiali. E più cinghiali ci sono in giro più si facilita la possibile diffusione della peste suina che rischierebbe di diventare incontrollabile e decreterebbe la necessità di sforzi – economici e non – non poco rilevanti da parte del paese per tornare alla normalità.

Secondo l’assessorato regionale all’Agricoltura, Alimentazione e Sistemi verdi della Regione Lombardia un’azione importante da fare per prevenire la diffusione del virus è limitare al massimo il numero di cinghiali come potenziale di questo veicolo di contagio.

Ed è qui che entra in gioco la caccia, essa può assolvere questo scopo con un’attività di contenimento della fauna selvatica attraverso l’abbattimento controllato dei cinghiali. Ma questo suo ruolo, con il secondo lockdown lombardo e con il costante pregiudizio nei suoi confronti, rischia di essere compromesso.

Un inutile attacco

Con questo articolo non vogliamo fare cronaca ma raccontare un punto di vista solitamente incompreso e che stavolta può tornare veramente utile al nostro paese e a tutti noi.

La volontà di aiutare il paese evitando il definitivo crollo dell’economia ha spinto la regione Lombardia – e Piemonte – a chiedere al ministro delle politiche agricole alimentari e forestali di consentire la caccia anche nelle zone rosse dato che è praticata all’aperto e in totale sicurezza.

Ma la risposta è stata negativa, per ora si è scelto di proseguire con i divieti che, ben oltre l’apparenza, sembrano inutili e dannosi. E la caccia non è la sola a dover subire queste decisioni, anche altri settori devono insistere per farsi sentire e farsi “capire”. Pensiamo, per esempio al comparto del gioco pubblico le cui restrizioni a cui è sottoposto rischiano di favorire la criminalità organizzata e… l’illegalità.

Le strategie pensate per limitare la fauna selvatica continuano, quindi, ad essere respinte dal governo e attaccate dalle associazioni che si autodefiniscono ambientaliste.

Un definizione, rispettabile, ma in questo momento poco comprensibile e a dir la verità sembrerebbe essere assunta per partito preso senza voler approfondire la questione relativa alla peste suina, virus che se entrasse con prepotenza nel nostro paese metterebbe a rischio tanti altri animali che immaginiamo stiano a cuore agli ambientalisti.

Non ci sembra giusto quindi, questo continuo “attacco” alla caccia specialmente in questo caso in cui la sua utilità collettiva è oggettivamente manifesta.

 

Photo by Wolfgang Hasselmann on Unsplash

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