Barbie, icona vituperata del nostro tempo

storia delle barbie

Da oltre sessant’anni Barbie “accompagna” le bambine verso l’età adulta mostrando loro un futuro fatto di possibilità e desideri esaudibili. Nonostante questo, però, è da oltre sessant’anni che le critiche nei suoi confronti stentano a mancare.

Non lo si può negare, Barbie non è soltanto un giocattolo o una semplice bambola ma un simbolo mondiale che è stato capace di assorbire e interpretare quelle trasformazioni culturali, sociali e perché no estetiche, che hanno caratterizzato – e continuano a farlo – la nostra società per oltre mezzo secolo.

Un’icona che nel tempo è stata costretta a convivere con le tante critiche provenienti da quella parte di mondo femminile che ne ha sempre recriminato la capacità di veicolare messaggi sbagliati e pericolosi. Troppo finta, troppo bella, troppo ricca, troppo perfetta. Insomma un giocattolo in grado di diffondere i concetti simbolo della superficialità occidentale.

La Barbie mostra canoni di bellezza irraggiungibili e stereotipi di donna che non aiutano la tanto desiderata equità di genere. Tutto ciò potrebbe riassumersi nella famosa frase “Sembra una barbie” che di certo non è un complimento, anzi.

Ma è davvero così? Verrebbe da chiedersi. Per tutto questo tempo abbiamo permesso ad un “pezzo di plastica” di scolpire le menti del nostro futuro in modo così magistrale e silenzioso? In realtà, se si osserva a fondo la questione, la verità è un’altra. Barbie è cresciuta, si è trasformata facendosi plasmare – e non plasmando come afferma la “consuetudine” – dai desideri e dalle esigenze del mondo femminile.

 

Origini ed evoluzioni di un’icona

Barbie nasce in America nel 1959 dall’idea di Ruth Handler – moglie di uno dei cofondatori della Mattel – secondo cui nel mercato americano mancasse un modello di bambole che rappresentasse ruoli adulti. Le bambole dell’epoca raffiguravano principalmente neonati da accudire dando ossigeno a quello stereotipo di donna il cui unico destino era quello di prendersi cura della casa e della famiglia.

Barbie, invece, è sempre stato altro, una donna dall’eleganza smisurata, una donna che viaggia, guida, che possiede oggetti di lusso. Un esempio di femminilità che ha fatto uscire le donne dalle quattro mura di casa ma che allo stesso tempo è stato fin da subito criticato perché “eccessivo”. L’azienda si è adattata alle critiche rispondendo ai cambiamenti del tempo e alle nuove esigenze del mondo femminile. Prima sono apparsi modelli più classici di eleganza e successivamente le Barbie lavoratrici.

Le critiche nel tempo si sono spostate poi su altri livelli, dal discorso etnico che ha portato all’inserimento di Barbie afroamericane o ispaniche a quello legato all’aspetto fisico degli ultimi anni. Molte adolescenti non si rispecchiavano più nell’aspetto fisico della Barbie e questo ha spinto la Mattel a rivalutare i canoni di bellezza e introdurre tre nuovi tipi di fisico: “curvy” (formosa), “petite” (minuta) e “tall” (alta).

 

Al passo con i tempi

Con la Barbie, la Mattel ha sempre cercato di rappresentare l’eterogeneità del mondo femminile a partire dai sogni delle donne contemporanee e senza lasciarsi travolgere dalle critiche e dalla paura di cambiare la propria rotta. Quando la Barbie entra in cameretta le bambine abbandonano gli altri giochi basati sulla cura della casa e della famiglia, giochi che imprimono nelle loro menti un destino già scritto, e si proiettano su di lei, su loro stesse.

Capace di stimolare fantasia e ambizione, la Barbie mostra alle donne del futuro che niente per loro è impossibile e che possono far valere la loro intraprendenza. Ne abbiamo la prova con le 180 carriere che negli anni la bambola ha interpretato.

Ha dato voce alle pari opportunità, è stata una donna in evoluzione: attenta alle trasformazioni, al passo con i tempi, una donna capace, abile e… realizzata. Il tutto grazie anche ai nuovi modelli “esteticamente” più realistici, proporzionati e accettati.

 

Un nuovo futuro per Barbie

Non si può quindi pensare a Barbie come un qualcosa di pericoloso. Ha rispettato le differenze di genere, è andata contro i principali stereotipi e nonostante il suo aspetto longilineo fosse funzionale all’attività di svestirla e rivestirla – come sostiene uno dei dirigenti dell’azienda – ha deciso di adattare anche la sua bellezza estetica.

E poi perché pericolosa? Perché in grado di “educare” in modo sbagliato le bambine? Cosa si dovrebbe dire allora dei giochi da maschietto? Pensiamo per un attimo ai soldatini. Di certo non tutti i bambini che ci giocano, da grandi diventano amanti delle armi, della violenza o della guerra. Proprio questo è il punto, l’educazione al rispetto, al rincorrere il successo con le proprie forze e impegno, al piacersi nasce in altri ambienti come la famiglia o la scuola non certo grazie (o a causa, volendo parlare di esempi negativi) a un giocattolo.

Questo è un errore che si fa molto spesso, anche in altri contesti come quello dei videogiochi oppure del cinema (pensiamo alle serie tv criminali ree di inculcare la passione e l’immedesimazione dei ragazzi in personaggi estremamente negativi). Barbie non è niente di tutto questo, Barbie è un gioco e come gioco fa parte del nostro essere.

 

Photo by Arunachal Art on Unsplash

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