L’avvocato: il difensore della… giustizia!

avvocati e giustizia

Molto spesso gli avvocati vengono criticati per quelle che solo in apparenza possono sembrare scelte personali ma in realtà sono esempi perfetti per descriverne e comprenderne il ruolo.

Quella dell’avvocato è sicuramente una professione molto particolare, tanto desiderata per il prestigio – e anche per lo status economico – che conferisce a chi la pratica, ma altrettanto vituperata perché non la si conosce a fondo. Una professione incompresa e giudicata superficialmente.

Critiche che nascono da due punti di vista, uno economico e uno morale. Il primo si riferisce al fatto che affidarsi ad un avvocato, almeno uno bravo e affidabile, è molto costoso e questo può significare che non tutti, forse, hanno la possibilità di difendersi e far valere i propri diritti.

La critica “morale” – su cui ci soffermiamo in questo articolo – è, invece, legata ai casi in cui ad essere difese sono quelle persone che l’opinione pubblica reputa detestabili e che, nel bisogno compulsivo di molti di esprimere un pensiero e dire la propria, non avrebbe mai scelto di difendere.

Parlando di professione incompresa e giudizio superficiale non si vuole legittimare o giustificare le tante critiche che subiscono gli avvocati ma solo mettere in luce una nuova prospettiva, tra l’altro oggettiva, che consente alla professione dell’avvocato di emergere per quello che veramente è e non per quello che si crede.

 

Anche i “mostri” hanno i loro diritti

Non di rado si sente dire: “Come fa un avvocato a difendere un assassino, un mafioso, un politico corrotto e chi ne ha più ne metta?” Questi personaggi, che l’opinione pubblica molto spesso mette alla gogna mediatica, sembrano non avere diritto a difendersi.

Fortunatamente viviamo in un paese civile dove non esiste la legge del taglione ma il processo e quindi anche l’avvocato difensore. Assistere un imputato – che soltanto dopo la sentenza risulterà colpevole o meno – non significa legittimare il reato o contribuire al crimine ma piuttosto far rispettare quelle regole sancite dalla legge, quei principi tutelati dalla costituzione: il diritto di difendersi e la corretta applicazione della legge che regola il processo.

Una sentenza giusta è quella che ha applicato la legge, è la conclusione di un procedimento per cui la figura dell’avvocato è stata fondamentale ai fini dell’esito finale. A dispetto di quanto si possa pensare, difendere non significa solo sostenere l’innocenza di qualcuno ma piuttosto far sì che questo qualcuno venga condannato alla pena giusta. L’opinione pubblica vorrebbe vedere marcire in prigione certi personaggi, ma la realtà è un’altra: che poteri – e competenze – ha il popolo per decidere del destino di un altro individuo? E tornando per un attimo alla morale, come si fa a sbattere in prigione per tutta la vita un altro essere umano?

 

Un Barabba 2.0

Se non ci fossero gli avvocati a studiare le cause, raccogliere informazioni, analizzare i fatti e i presunti colpevoli – così vanno chiamati fino alla sentenza finale – questi ultimi sarebbero lasciati “in pasto alla gogna mediatica” dell’opinione pubblica molto spesso errante. 

Potremmo ritrovarci quindi di fronte a un “ritorno al passato”, un passato religioso quando il popolo, senza sapere e senza conoscere, spinse a gran voce Ponzio Pilato (un possibile magistrato di oggi) a condannare Gesù privo della possibilità di difendersi e far valere i propri diritti. Ok, l’esempio può essere un po’ azzardato, però il principio è quello, la mancanza del giusto processo, altrimenti le cose anche all’epoca sarebbero potute andare diversamente.

Il popolo non può decidere per la vita di qualcun altro. È proprio qui il punto della domanda iniziale. L’avvocato non difende un colpevole o un presunto tale ma difende un principio, la legge, difende il diritto della persona di difendersi ed essere condannata alla pena giusta. L’avvocato, quindi, difende la giustizia.

 

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Il prezzo della giustizia

La legge non è uguale per tutti, ma può funzionare meglio per chi ha più denaro da investire nel miglior avvocato disponibile. E questo è estremamente corretto. Ecco perché.

Tutto ha un costo, anche quando si parla di legge, di giustizia, di difesa delle persone. In certi casi poi, soprattutto in ambito legale, il costo o meglio il prezzo da pagare è molto elevato quasi elitario. Ma dove nasce tutto questo?

Il valore della formazione personale

Un buon avvocato è una persona che ha investito tempo, energie e risorse nella preparazione di se stesso. Questo ha un costo. Le sue prestazioni devono perciò essere calcolate in base al proprio cv in campo, ma anche per i sacrifici fatti negli anni di studio precedenti alla professione. Sacrosanto. Le fatiche vanno ripagate.

Certo non possiamo considerarla una regola d’oro, ma andrebbe presa coscienza che la legge non è uguale per tutti. Non è uguale per chi ricorre all’avvocato d’ufficio, per esempio. Se sarai fortunato il funzionario pubblico imparerà al massimo il tuo nome e cognome e la tua pratica, sarà seguita con la stessa passione di chi del suo lavoro ha fatto lo scopo della propria vita? magari rinunciando per anni a tutto ciò che poteva rappresentare svago e divertimento, per studio e perfezionamento? Probabilmente no, e non è questione di cliché… ma di realismo. Tra il funzionario pubblico e l’avvocato blasonato chi di voi sceglierebbe il primo per affidargli il proprio destino?

I Costi delle Cause

Se pensate che si stia banalizzando il tema rendendolo solo una questione legale, vi consiglio vivamente di informarvi meglio sui costi che certe operazioni comportano.

Le spese legali da considerare sono molte e non si limitano al solo compenso dovuto all’avvocato scelto per la propria difesa. Nel dettaglio i versamenti dovuti sono:

  • il compenso del difensore;
  • gli adempimenti fiscali (contributo unificato e imposta di registro);
  • eventuali spese per l’attività di consulenti tecnici.

La legge è una cosa per ricchi! E sono innumerevoli le storie di chi non avendo i soldi per divorziare, per esempio, finisce per rimanere prigioniero in case senza amore perché non può permettersi un divorzio. Pensate ancora che la legge sia uguale per tutti?

Quando divorziare è un lusso

Coppie infelici che, pur vivendo un matrimonio o una relazione finita, continuano a vivere tra le mura domestiche pur di non affrontare una vera e propria separazione che significherebbe, nella maggior parte dei casi, un vero e proprio collasso economico, un fenomeno del tutto italiano.

Gian Ettore Gassani, presidente dell’Associazione Avvocati matrimonialisti, sottolinea che “Numeri esatti non esistono ma possiamo stimare che un quinto delle coppie è composta da separati tra le mura domestiche” e che  “Si sopporta la mancanza di emozioni, il rapporto si riduce a una meccanica co-gestione dei figli – quando ci sono – o ci si riduce a vivere come due universitari fuori sede che dividono le spese dell’affitto e le bollette. Un disagio sociale enorme, un campanello d’allarme che non va sottovalutato”.

Insomma, “La legge è uguale per tutti” è una bella frase che rincuora il povero, quando la vede scritta sopra le teste dei giudici, sulla parete di fondo delle aule giudiziarie; ma quando si accorge che, per invocar la uguaglianza della legge a sua difesa, è indispensabile l’aiuto di quella ricchezza che egli non ha, allora quella frase gli sembra una beffa nei confronti della sua “miseria”.