Il fascino senza tempo delle sale giochi

sala gioco

Le sale giochi hanno rappresentato per moltissimo tempo il luogo dei sogni di tante persone, specialmente ragazzi e ragazze, che in quell’ambiente hanno sviluppato una passione condivisa per il gioco.

Oggi, a causa soprattutto del lockdown e della ormai reiterata chiusura del settore e delle sale giochi, queste ultime sembrano aver perso il loro fascino senza tempo, il loro ruolo simbolico. A ciò si aggiungono gli investimenti sempre maggiori nel gaming online, nei videogiochi e in tutte quelle applicazioni collegate che è possibile utilizzare comodamente da casa. È oggi possibile recuperare una centralità di questo fenomeno? Se sì, in che forma?

 

Quando nascono le sale giochi

Le sale giochi sono un fenomeno relativamente recente. I primi rudimentali giochi arcade, come macchinette e flipper, nascono negli anni ‘30, ma appassionano solamente una piccola parte della popolazione. Negli anni ‘50, nel pieno della guerra fredda e dei primi sviluppi informatici, ne vengono creati alcuni allo scopo di testare il livello di intelligenza dei computer.

Poi, dagli anni ‘70, inizia l’epopea dei videogiochi con i cabinati a moneta e il mito delle sale giochi: nascono colossi come Pacman (Namco) e Space Invaders (Taito), a cui presto se ne aggiungono moltissimi altri. Questi apparecchi dai colori sgargianti e dalle mille varietà sembravano, all’epoca, dei veri e propri miracoli tecnologici. Oggetti diventati poi di culto e che hanno attratto diverse generazioni e tantissime persone.

Sono gli Stati Uniti a poter essere considerati i padri fondatori dei videogiochi con ATARI e Pong, ma è in Giappone che il fenomeno delle sale giochi si è sviluppato più che in altri paesi (fino circa agli anni 2000, quando la tecnologia occidentale supera in attrattività quella nipponica). Si pensi ai grandi nomi degli anni ‘80, come Nintendo e Sega, tra le aziende più importanti del mondo videoludico. 

Tra la fine del ventesimo secolo e l’inizio dei 2000, le sale giochi hanno vissuto un boom incredibile grazie all’avvento di nuove tecnologie e all’evoluzione dei giochi più tradizionali proposti in nuove versioni.

 

Dalle sale giochi ai videogiochi online

Un boom che si è arrestato solo con lo sviluppo di più sofisticati sistemi videoludici, come gli attuali videogiochi, ormai prodotti culturali di primissimo rilievo, e tutti gli altri dispositivi disponibili a casa, che, grazie agli enormi passi avanti fatti dalle reti e dalle connessioni domestiche, facilitano e trasformano la maggior parte delle nostre attività quotidiane.

Il gaming oggi è diventato una vera e propria industria che sfiora i 100 miliardi di dollari in tutto il mondo, e che grazie all’emergenza epidemiologia che ha costretto le persone a restare nelle proprie abitazioni, sta continuando a crescere con numeri vertiginosi.

Si pensi ad esempio agli eSports, le competizioni di videogiochi a livello professionistico, un settore sempre più in crescita, che da nicchia riservata e seguita da pochi appassionati si è trasformato in un’industria seguita da decine di milioni di persone in tutto il mondo. Un universo soggetto a continui investimenti, e che potrebbe essere la strada per nuove interessanti opportunità di business.

 

Recuperare la socialità grazie alle sale gioco

La pandemia ha praticamente ridotto a zero la socialità delle persone. Nell’ultimo anno sono stati vietati la maggior parte dei contatti sociali a causa di una serie di provvedimenti volti a contenere la diffusione del COVID-19, i quali però, contestualmente, hanno accentuato l’individualità e la solitudine delle persone.

Ma gli investimenti nel settore del gioco, come detto, sono aumentati e riguardano anche gli stessi apparecchi del gioco pubblico legale, come le slot machine e le Vlt, che a dispetto della chiusura hanno beneficiato negli ultimi anni di importanti evoluzioni tecnologiche.

E se proprio le sale gioco, ormai da tempo dimenticate, si rendessero promotrici, una volta finita l’emergenza sanitaria, di un recupero importante della socialità? Se proprio esse, luoghi dei sogni degli adolescenti della seconda metà del Novecento, ridiventassero una delle mete più gettonate per costruire relazioni e amicizie?

Questo sarebbe possibile in una forma moderna e in una forma classica delle sale gioco. Per quanto riguarda la prima, esistono oggi dei “centri gioco” che aiutano le persone a diventare bravi giocatori nei videogiochi, formandoli come futuri partecipanti di eSports. Delle strutture che cavalcano in pieno i trend del momento e che potrebbero definitivamente esplodere alla fine delle restrizioni.

Una seconda via riguarda invece le sale da gioco vintage che potrebbero riportare gli adulti in un nostalgico passato, rivivendo gli anni più amati della loro adolescenza e non solo. Per non dimenticare, poi, l’apertura delle attuali sale del gioco pubblico legale che permetterebbero a moltissime persone di tornare a vivere una passione che, da sempre, è insita nella stessa natura dell’essere umano.

Insomma, una spinta alla socialità e una potenziale occasione per recuperare la possibilità di seguire liberamente e in compagnia il gioco, una passione che condividono milioni di persone. Una prospettiva in cui le sale gioco potrebbero avere un ruolo di assoluto rilievo.

 

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L’azzardo: le lontane origini di un gioco… “attuale”!

origini del gioco

A differenza di quanto si possa immaginare l’azzardo ha radici e origini molto antiche. Le sue prime tracce risalgono, infatti, a migliaia di anni fa.

Quando guardiamo al gioco d’azzardo ci vengono subito in mente i tavoli verdi, le ruote numerate che girano, carte, fiches e sale da gioco dove l’odore di adrenalina per la vincita si percepisce ancor prima di entrare.

Le origini lontane del gioco d’azzardo

C’è da dire però una cosa, quella del gioco d’azzardo non va considerata proprio come una passione ma piuttosto come un elemento ben radicato nella cultura dell’essere umano, una vera tradizione millenaria. Sì, millenaria perché l’uomo ama giocare d’azzardo praticamente da sempre.

I giochi d’azzardo sono tra i più vecchi del mondo, pensiamo all’antica Cina dove sono stati ritrovati rudimentali giochi d’azzardo su piastrello o l’Egitto dove, invece, sono stati rinvenuti i dadi più antichi, almeno quelli conosciuti finora.

…l’antica Roma…

Per non parlare dell’antica Roma dove solo il detto Panem et Circenses dovrebbe rendere l’idea dell’importanza che il gioco d’azzardo avesse per i Romani. Come dimostrano alcune scene dipinte su ceramiche, si scommetteva sui combattimenti di animali – tra l’altro spesso allevati solo per questo scopo – si scommetteva ovviamente sulla lotta dei gladiatori o sulla corsa dei carri.

Si giocava a navia aut capita (antenato del nostro testa o croce) o alle tesserae (i dadi attuali). I luoghi del divertimento erano le case private, i retrobottega delle osterie e infine le Taberne Lusoriae, veri e propri casinò.

…la “recente” Italia

Al di là dell’antica Roma, in Italia si fa tradizionalmente risalire la diffusione del gioco d’azzardo al Cinquecento e nello specifico a Venezia dove è solo nel diciassettesimo secolo che nacquero le prime case da gioco. Si ricorda, per esempio, il “Ridotto” (1638), sala da gioco molto controllata dove passarono personaggi del calibro di Carlo Goldoni e Giacomo Casanova. Nel ventesimo secolo sorsero, invece, i casinò ancora oggi teatro di grandi battaglie a “colpi di carte”. Tra questi il casinò di Sanremo, quello di Campione d’Italia e quello di Saint Vincent.

La liberalizzazione e la critica

Il gioco d’azzardo, seppur esista praticamente da sempre, non è mai stato accolto positivamente. Spesso bandito, in Italia ha percorso la strada verso la liberalizzazione con molta fatica. Un cammino tortuoso caratterizzato da continui scontri con la critica che lo ha sempre considerato come un qualcosa di rischioso per le persone e la società.

Fino ai primi anni del Novecento il gioco era considerato – anche dallo Stato – come un disvalore e solo dal dopoguerra vennero rilasciate le prime concessioni (lotterie, casinò, totocalcio). La crisi economica degli anni ‘90, però, evidenziando l’utilità collettiva che il gioco avrebbe potuto avere per il paese, ne favorì la graduale deregolamentazione. In questo modo lo Stato ha potuto rimpinguare la sue casse sfruttando gli introiti provenienti dal settore.

Allo stesso tempo, però, il gioco ha visto entrare nel suo spettro due grandi mali che quotidianamente lo Stato e le associazioni di settore cercano di combattere: la criminalità organizzata che ha visto nel gioco enormi potenzialità economiche e l’emergere di patologie legate alla dipendenza. Aspetti questi che continuano ad essere il motore della critica al gioco e delle costanti richieste di limitazione dell’offerta.

Una nuova visione del gioco

Ma se ci si limita a questo si rischia di andare fuori strada. Non si vuole certo negare l’esistenza del gioco illegale né tantomeno il rischio legato alle patologie, ma il gioco non è soltanto questo. Esiste da sempre, è nella natura dell’essere umano e per onestà intellettuale bisogna ammettere che nessuno gioca per rovinarsi la vita. Si gioca per divertimento, per evadere anche solo per un attimo dalla quotidianità, per provare quel pizzico di adrenalina che soltanto il gioco – o anche lo sport in certi casi – può regalare.

Il gioco continuerà ad esserci, non perderà il suo fascino e quindi sarebbe ora di smettere di vederlo come un mostro malvagio e pericoloso ma piuttosto come un qualcosa che fa parte della nostra cultura e tradizione. Bisogna essere attenti alle sue evoluzioni – basti pensare alle nuove tecnologie e ad internet che consentono di giocare online da casa senza doversi spostare – proteggendo la legalità e il gioco sicuro perché soltanto in questo modo si può evitare la diffusione del vero male: la criminalità e il gioco patologico. E allo stesso tempo trarre tutto il beneficio che il gioco ci può dare: divertimento, soldi per chi è più bravo e fortunato e denaro per lo Stato, che poi… è denaro di tutti.

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Il gioco, un bisogno innato dell’essere umano

gioco bisogno dell'essere umano

Da quando se ne ha memoria, il gioco è un’attività che l’uomo pratica in modo naturale e spontaneo, fin dai primi mesi di vita, come un qualcosa di intimamente connaturato alla sua stessa esistenza.

Perché allora, nell’età adulta, si cerca in tutti i modi di allontanare il gioco dalla quotidianità, di distanziare nettamente le attività ludiche dagli obblighi della vita di tutti i giorni? Il gioco e gli impegni non possono naturalmente coesistere e, potenzialmente, valorizzarsi a vicenda? D’altronde non è un caso che ultimamente il gioco stia recuperando uno spazio sempre più centrale per le persone. In questo articolo vi spieghiamo il perché.

Che cos’è il gioco?

Innanzitutto, che cos’è il gioco? Se ne sono date molte di definizioni e tutte, per un verso o per un altro, accettabili o meno. Fondamentalmente, il gioco è un’azione, un’attività di intrattenimento, svolta in singolo o con più persone, regolata da un insieme di norme prestabilite e che presuppone il raggiungimento di un obiettivo dato.

Da questa macro-definizione di base se ne sono poi aggiunte altre, come quelle che esplicitano una particolare categoria, come ad esempio i giochi di abilità, logica, strategici, simulativi, d’azione, d’avventura, digitali.

Ogni gioco, per quanto diverso dall’altro, possiede una propria grammatica interna, una sua struttura portante e una serie di elementi peculiari (e allo stesso tempo universali e comuni agli altri) che dialogano tra loro e contribuiscono a definirne la natura: punteggi, oggetti, ruoli delle persone, spazi.

Senza ombra di dubbio il gioco è anche un fenomeno sociale e culturale, date le sue evidenti funzioni nello sviluppo e nella crescita di ogni bambino e data la sua utilità nella vita adolescenziale e poi adulta.

 

Il gioco: un’attività fondamentale quando si è bambini

L’essere umano gioca fin da bambino. Da sempre, il gioco è il principale strumento, la più importante attività che accompagna la crescita e lo sviluppo. Esso è essenziale per stimolare funzioni di tipo motorio, intellettivo, comunicativo, emotivo e, di conseguenza, funzioni sociali e culturali.

Quando il bambino gioca, da solo o con altri, impara una serie di regole della vita umana che non può apprendere in nessun altro modo. Ecco uno dei motivi per il quale il gioco è un’attività, per così dire, vitale e ha un ruolo educativo e formativo così fondamentale.

È interscambio di cultura, tramite il quale si apprende il linguaggio e gli elementi dell’immaginario collettivo di una data configurazione culturale. Si pensi ad esempio ai primi giochi in strada, ai primi contatti sociali, ai primi nascondini, ai primi calci ad un pallone su un vecchio campo di periferia. Grazie al gioco si stimola anche la creatività, la fantasia, il pensiero, l’intuizione.

Il gioco è dunque un veicolo di valori, aiuta a interiorizzarli, risponde a bisogni spesso impliciti e psicologici dell’essere umano, come la definizione del proprio essere e del mondo che ci circonda, anche in relazione agli altri: attraverso il gioco si conosce e si sperimenta il mondo.

 

Non smettere mai di giocare

Se nei nostri primi anni di vita il gioco assolve moltissime funzioni utili allo sviluppo e alla crescita, da adulti esso ci aiuta a farci evadere dalla quotidianità, a regalarci momenti di svago, di rilassamento e di leggerezza, sempre più utili in un mondo che corre ad estrema velocità e dove è raro trovare dei momenti per sé.

Inoltre, la legittimazione del gioco si fa sempre più crescente in contesti tra loro spesso lontani. Se ne parla sempre di più e lo si declina in modi differenti e originali, con forme, contenuti e prospettive inedite. Più spesso si sente parlare di business game, di gioco utile all’apprendimento, di eSports. Tutti settori che fino a poco tempo fa rappresentavano delle nicchie rivolte solo ai più appassionati e ora sono dei veri e propri ecosistemi in espansione.

Che si tratta di giochi di questi tipo, o di gioco pubblico legale, (cioè tutto il settore relativo ad esempio alle scommesse, alle slot machine, al bingo, troppo spesso oggetto di marcati pregiudizi ideologici che non trovano riscontro nella realtà) è importante lasciar entrare il gioco nella propria vita, trovandogli un giusto equilibrio con le altre attività e gli altri impegni.

Esso, come si è visto, porta con sé degli enormi benefici che contribuiscono a migliorare la quotidianità, il rapporto con se stessi e con gli altri (a dispetto di chi fa di tutto per screditarlo, formulando opinioni infondate sull’argomento, e che fa del rigore e della serietà il proprio e unico valore guida).

Un elemento, quindi, quello del gioco, che non deve essere confinato soltanto ai primi anni di vita, nella sola fase della crescita e dello sviluppo, ma deve essere valorizzato e integrato anche in tutti gli altri periodi dell’esistenza, con l’obiettivo di contribuire a una sua legittimazione sociale e culturale finalmente definitiva.

 

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La Lotteria degli scontrini e il “riscatto” del gioco pubblico

lotteria degli scontrini

Da gennaio, a meno di nuove deroghe, partirà finalmente la lotteria degli scontrini, uno strumento che offre la possibilità ai consumatori di vincere premi in denaro, previa la richiesta dello scontrino al negoziante.

La lotteria degli scontrini è un’iniziativa portata avanti dal Governo in questo 2020, anno caratterizzato dalle drammatiche conseguenze, economiche e sociali, causate dalla pandemia di Coronavirus. Con questa lotteria l’obiettivo quello di ridurre l’evasione fiscale grazie anche al supporto dei cittadini che si troverebbero a “combattere” in prima linea.

Detta così sembrerebbe una strategia messa in atto per “vincere una guerra”, ma in realtà si tratta di un modo “creativo” e sano per incentivare il più possibile la legalità, che tra i tanti impegni che un governo deve portare avanti durante il suo operato, sembra quello più difficile da affrontare poiché sempre dietro l’angolo.

 

Come funziona la lotteria degli scontrini?

 

Partecipare alla lotteria degli scontrini è molto semplice ed è gratuito. Per prima cosa bisogna registrarsi sul sito www.lotteriadegliscontrini.gov.it inserendo il proprio codice fiscale. Terminata questa procedura si otterrà il proprio “codice lotteria”, che è in formato alfanumerico e codice a barre, da stampare o scaricare sul proprio telefono e da presentare in cassa al momento del pagamento.

Questa lotteria è dedicata esclusivamente agli acquisti fisici fatti con moneta elettronica e per ogni euro speso, il cliente riceverà un biglietto virtuale – fino a un massimo di 1000 biglietti per spese di importo pari o superiore a 1000 euro – con cui potrà partecipare alle diverse estrazioni: annuali, mensili e settimanali.

 

Una nuova prospettiva per la legalità…

 

Dobbiamo dire la verità: non sarebbe dovuta servire la lotteria degli scontrini per combattere l’evasione, ma come per ogni altro crimine si giustifica la presenza di controlli, pene e strumenti per combatterli, così l’evasione fiscale può “giustificare” la scelta di questa proposta.

Quella della lotteria degli scontrini è un’iniziativa che può avere, quindi, anche importanti risvolti sociali, oltre all’evidente vantaggio economico per i cittadini fortunati che vincono l’estrazione; vantaggi economici che in realtà possono interessare anche gli esercenti che aderiscono all’iniziativa.

Incentivare il cittadino a chiedere lo scontrino significa eliminare quella paura di essere “aggrediti”, anche con un semplice sguardo, per una domanda che non dovrebbe esser posta perché lo scontrino rappresenta una tassa e le tasse, si sa, sono un dovere con dei risvolti positivi per tutti i cittadini, nessuno escluso.

Sensibilizzare i cittadini alla legalità concedendo loro un maggior potere d’acquisto per aver fatto il proprio dovere e considerarli, allo stesso tempo, il motore dell’economia del paese. Aumenterebbero gli acquisti che diventerebbero sempre meno “abitudinari” o “anonimi” perché caratterizzati dall’adrenalina e dal brivido propri delle situazioni di gioco.

 

…e per il gioco pubblico

 

Si può dire, infine, che questa lotteria mette in evidenza una cosa fondamentale: quell’esigenza – o piacere per meglio dire – insita nell’essere umano di giocare e provare il brivido del rischio e l’adrenalina della vittoria.

Il piacere del gioco, come sappiamo, nasce da lontano per un bisogno di evasione dalla quotidianità, per motivi legati allo svago o semplicemente per passione. Un qualcosa, quindi, difficile da sradicare.

Il ruolo della lotteria degli scontrini? La concreta possibilità di contribuire al rafforzamento del ruolo dell’intero comparto del gioco pubblico, quello legale, che appunto risponde all’esigenza di giocare delle persone e, allo stesso tempo, rappresenta la fonte della legalità.

Quindi ben venga questa iniziativa ma ben venga soprattutto quel cambio di prospettiva tanto auspicato rispetto al pensiero comune che da sempre vede il gioco pubblico come un qualcosa di inutile e pericoloso per le tasche e per la salute delle persone.

 

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Il gioco nella provincia: attività oziosa o libertà di espressione?

gioco pubblico provincia

Il gioco pubblico legale non ha mai goduto di una reputazione positiva. In particolar modo nelle zone di provincia del nostro Paese. Ma quanto sono fondate queste considerazioni? È davvero così?

Oltre ai consueti pregiudizi che esistono nei confronti dell’intero settore del gioco pubblico e di tutti gli elementi che lo riguardano (come sale gioco, slot machine, lotterie, scommesse, poker), il pensiero comune è che, per sopportare la noia e la vita abitudinaria di un piccolo paese di provincia, le persone si lasciano andare rovinosamente al gioco, imboccando una direzione pericolosa e moralmente, da sempre, denigrata.

Ma queste illazioni sono dimostrate o dimostrabili? Quali possono essere le reali motivazioni che spingono una persona a giocare? La questione è più eterogenea e articolata di quel che si pensa e necessita di un approfondimento mirato.

 

La frenetica vita della città

Fin da quando se ne ha memoria, la vita nei piccoli e medi paesi della provincia Italiana è molto diversa da quella delle città. Abitudini diverse, ritmi frenetici, corse quotidiane, ostacoli, ripetuti impegni, imprevisti scandiscono lo scorrere della vita nelle metropoli come un orologio impostato alla massima velocità. In questi spazi non rimane il tempo di fermarsi a pensare: tutto è così veloce da non lasciare il tempo di riflettere su ciò che succede nel mondo, su ciò che succede negli ecosistemi che viviamo. Un caffè al volo la mattina, una pausa pranzo veloce e via di nuovo nel caos frenetico dei movimenti della folla.

Una corsa all’oro fermata, solo per il momento, da una pandemia mondiale che ha spezzato la regolarità della nostra velocità.

 

La provincia e il ritorno a una vita più lenta

La provincia, per molti versi, si posiziona nell’angolo opposto. Rappresenta il rientro di molti lavoratori, lo spazio desiderato di chi sogna una vita tranquilla e lontana dal caos quotidiano delle metropoli e il rifugio sicuro di chi ama godersi i momenti. Nella provincia, infatti, sono molto più frequenti le occasioni di distrazione e di rilassatezza, come può essere quella del gioco pubblico. Nonostante la funzione evasiva del gioco, il comparto del gioco pubblico viene da sempre etichettato come un male da estirpare e come la rovina di molte famiglie e persone perbene che, bloccate in un vortice di dipendenza, finiscono per distruggere la propria vita e quella dei propri cari.

In provincia, si dice, è facile lasciarsi andare, trasformare un semplice hobby in una dipendenza per spezzare la monotonia e la noia della quotidianità. E se invece si guardasse il fenomeno da una prospettiva diversa? Se guardassimo il tempo investito negli hobby e nel gioco come una possibilità per mettere veramente sé stessi al centro della propria vita e dedicarsi alle attività che più ci piacciono?

 

La prospettiva slow: il recupero di una lentezza ormai perduta

La prospettiva di un approccio più slow è nata ormai diversi anni fa e ha influenzato molti ambiti della vita quotidiana. Si parla, per esempio, di slow food, una prospettiva che mira a preservare le cucine regionali e tradizionali (magari utilizzando coltivazioni a chilometro zero), e a legare nuovamente il concetto di cibo allo stare in compagnia, rievocando i tempi passati e contrapponendosi alla cultura (ormai ampiamente diffusa nella nostra società) dello junk food e della più ampia categoria dello street food. Si parla di slow travel, un movimento che cerca di incoraggiare la piena integrazione del viaggiatore nella vita “locale”, meta del suo viaggio, attraverso un’immersione più profonda possibile nelle tradizioni e negli usi della zona; di slow education, che sta a significare un apprendimento dello studente lento e misurato ai vari saperi della vita; di slow cities, un’impostazione delle città che punta a favorire ritmi normali meno frenetici di quelli attuali.

 

Il gioco pubblico come elemento slow ed elemento per esprimere sé stessi

Questo recupero della lentezza si tramuta in una quotidianità vissuta a ritmi adatti all’orologio biologico e fisiologico dell’uomo. Nella provincia, questo tipo di vita non è un’utopia come può esserlo nella città, ma una concreta possibilità. Mantenendosi a distanza dagli innumerevoli impegni che scandiscono i minuti e le ore della giornata metropolitana, in provincia una persona ha spesso l’occasione di dedicarsi, nel tempo libero, a tutte quelle attività da sempre desiderate che, per un motivo o l’altro, sono state continuamente rimandate e posticipate. L’artigianato, il fai da te, il giardinaggio, il modellismo, i videogiochi, gli sport della mente come gli scacchi e molte altre ancora.

Tra queste c’è sicuramente il gioco pubblico, che ricordiamo essere spesso additato come uno dei mali della società ma che invece per molti rappresenta una ricerca di sollievo, di benessere, una distrazione dalle fatiche quotidiane e una passione che ognuno ha il diritto di poter coltivare. In più il mito metropolitano del gioco d’azzardo come rovina è empiricamente infondato: nessuno gioca per rovinarsi economicamente.

Esiste un gioco pubblico, libero e legale proprio per evitare che l’assenza di regole prenda il sopravvento generando rischi per la salute dei giocatori stessi sicuramente da proteggere. Un gioco che rappresenta, per gli appassionati, una via d’uscita dallo stress della quotidianità e una vera e propria libertà di espressione, distante dalle critiche e dai pregiudizi offuscati del “pensiero comune”.

Si parla sempre di libertà dell’uomo e di diritti della persona, di tutte le persone, in maniera sempre più forte: sarebbe ora di smettere di criticare le azioni degli altri, e di incoraggiare invece a perseguire ciò che ci rende veramente noi stessi.

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Metafore, pregiudizi e divieti: la pigrizia normativa ai tempi del Covid 

metafore-pregiudizi-divieti-pigrizia-normativa

Uno dei dubbi universali che attanagliano qualsiasi genitore è legato alla necessità di trasmettere delle regole alla propria prole. Vietare un certo comportamento, sebbene necessario, è sempre una via, più o meno autoritaria, per evitare il verificarsi di un comportamento.

Ma la psicologia di un bambino – per quanto elementare – è più complessa di quanto si possa pensare e spesso la ricezione di un divieto genera conseguenze, poco prevedibili, sulla psiche e sul carattere dell’adulto che verrà.

Parlare di bambini e di psicologia, di pedagogia, di regole e genitori potrebbe allontanarci parecchio dal discorso che intendiamo affrontare. Ma ci aiuta ad introdurre l’idea di una metafora su cui spesso si dibatte. E le metafore, nonostante allontanino dalla sostanza di un discorso, funzionano proprio perché distanti: esse sono lo sguardo da lontano che ci aiuta a trovare un nuovo modo di vedere le cose.

Uno Stato genitore? 

Di frequente accade, però, che i parallelismi, le metafore risultino particolarmente efficaci per interpretare un fenomeno. E così succede che ci troviamo a discutere di uno Stato come un inquisitore, educatore, precettore al pari di quanto faremmo per un genitore, come un padre (o madre). Ma poi la metafora prende il sopravvento e ci ritroviamo così a parlare inconsapevolmente di uno Stato come di un soggetto matrigno o patrigno con la leggerezza tipica delle metafore (quel tipo di “leggerezza” di cui parlava Calvino in Lezioni Americane)

Una semplificazione che però irrita chiunque sia minimamente in grado di capire che la complessità delle relazioni che intercorrono tra uno Stato e i propri cittadini non può essere liquidata con una striminzita metafora.

L’atto di vietare attuato da uno Stato non è affatto legato ad una mera questione educativa.

Le leggi non sono dei puri moniti comportamentali.

Le conseguenze che il legislatore provoca con le sue azioni di divieto possono ricadere poderose, sia in senso positivo che negativo, sull’economia, sulla società, sulle relazioni e sul futuro.

“La complessità delle relazioni che intercorrono tra uno Stato 

e i propri cittadini non può essere liquidata 

con una striminzita metafora”

E soprattutto va ricordato – tanto per cambiare metafora – che lo Stato è piuttosto una macchina, alimentata da un carburante essenziale chiamato tasse e condotta da un Governo e da un Parlamento che sono l’espressione della rappresentanza popolare.

Vietare e non vedere

Per queste ragioni, ed in particolar modo in questa triste stagione di divieti calati dall’alto a suon di DPCM, la metafora del divieto come espressione di una paternale – o maternale – morale ed educativa diventa del tutto insopportabile: perché i cittadini non sono bambini e ogni divieto a fare o non fare qualcosa ha della conseguenze che vanno molto al di là della personale irritazione.

Ogni divieto apodittico e frettoloso, in particolar modo in tempi di crisi, svela con amarezza squilibri e preconcetti che portano ad un inevitabile collisione ideologica ancor prima che materiale. Si scoprono così nuove partigianerie, nuovi guelfi e ghibellini tra Stato e Mercato, nuovi Utsi e Tutsu da odiare o marchiare come nemici.

“I cittadini non sono bambini 

e ogni divieto ha delle conseguenze

 che vanno molto al di là della personale irritazione”

Inoltre, il meccanismo di costruzione di senso – o consenso – attraverso un sistema costruito sui divieti, che non si preoccupa mai di vedere alle conseguenze che certe proibizioni creano, è l’espressione di un solo sentimento diffuso: la paura.

Sale su una ferita

Oggi le proteste di commercianti, di ristoratori, ma anche di proprietari di sale da gioco, di cinema, di locali, notturni, di bar, ecc., sono sacrosante come è sacrosanto il diritto alla salute che lo Stato deve garantire. Ma quando si scende nel concreto di certe scelte, ciò che balza agli occhi, è che qualcosa nella selezione delle “categorie sacrificali”, su un piano razionale, non funziona proprio.

Che si chiuda una palestra a causa dell’epidemia di coronavirus è comprensibile: spazio chiuso, umido, respiro, sudore… C’è poco spazio per immaginare una soluzione di compromesso, anche prefigurando ogni possibile precauzione. Ma che si chiuda un cinema o una sala scommesse, per esempio, che possono essere considerati tra i luoghi più sanificati e sanificabili, dove non hai bisogno di aprire bocca, dove puoi evitare di toglierti la mascherina per mangiare, dove spazio e distanze possono essere mantenute a patto di sacrificarsi un po’, che senso ha? Nessuno, ma su quei luoghi aleggia un pregiudizio stantio e pregno di ignoranza.

Vietare l’apertura di una palestra significa mettere in crisi un piccolo imprenditore, minacciare la sicurezza economica di una o più famiglie e tante altre conseguenze. Ma è quasi inevitabile, data la situazione attuale.

Chiudere alcuni luoghi di intrattenimento che hanno una bassissima probabilità di essere l’epicentro di un focolaio epidemico e provocare volutamente un piccolo e dannoso terremoto economico sociale è una pigrizia normativa, che non fa altro che gettare sale sulla ferita: forse disinfetta, sicuramente brucia come l’inferno e non sarebbe stato sbagliato considerare delle alternative.

“Una pigrizia normativa, 

che non fa altro che gettare sale sulla ferita”

Se proprio si vuole usare una metafora per descrivere la situazione attuale, questa mi sembrava la più appropriata.

 

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Io non gioco d’azzardo, ma gioco

Nella sua biografia-testamento, “La fine è il mio inizio”, Tiziano Terzani – grande reporter italiano del ‘900 e apprezzatissimo scrittore – racconta di quando una volta, trovandosi un po’ in crisi con se stesso, si rifugiò per ore dentro un casinò di Macao per tentar la sorte.

Il suo obiettivo non era rovinarsi, ma piuttosto interrogare la fortuna, capire come essa potesse funzionare, ma anche allontanarsi, cercare un “altrove” dal mondo che lo facesse diventare meno assillato dalla pienezza della sua vita e che lo distraesse, seppure per poco, dalla sua esistenza. 

Terzani non cercava l’azzardo, non tentava di rovinare sé o la sua famiglia, non stava cercando di diventare ricco per risolvere tutti i suoi problemi con la “cura” magica del gioco.

Era solo in cerca di un sollievo.

Cultura della colpa

Oggi il gioco cosiddetto “d’azzardo” (termine piuttosto abusato e che in termini strettamente giuridici indica il solo gioco illegale) è diventato il nuovo capro espiatorio perfetto per gli habituè del senso comune: chi gioca viene visto come una persona moralmente discutibile, legata ad un ceto medio-basso poco acculturato, bigotto e con scarse ambizioni personali. 

Un pregiudizio che fa sorridere: il già citato Terzani era un fine intellettuale e nella nostra storia moderna si parla spesso di circoli in cui il gioco era il piacevole pretesto per intavolare discussioni mirabolanti, imbastire accordi tra uomini – ahimé, la storia non è mai stata per la parità di genere –  d’affari e socializzare.

Prendendo l’esempio di questi circoli, moralmente parlando, in parte è vero: in questi luoghi – privati ed esclusivi – avveniva talvolta che qualcuno si rovinasse. Alexandre Dumas – il padre del romanzo storico francese dell’800 ed autore de’ I Tre Moschettieri e del Il Conte di Montecristo  -, a dispetto della sua fortuna letteraria, dovette vendere il suo castello per debiti, molti dei quali – si narra – accumulati in qualche fumosa ed aristocratica sala da gioco.

Ma questo avveniva per un solo motivo: la totale assenza di regole dettata dal fatto che si trattasse di “circoli privati”, ovvero fuori da qualsiasi giurisdizione e controllo.

La “cultura della colpa”, incollata come carta moschicida all’idea stessa del gioco, nasce esattamente lì: al di fuori della legalità.

Azzardo è assenza di controllo

Oggi, nel mondo contemporaneo, sale slot, lotterie, il poker online vengono considerate “il problema per certe categorie di persone”; un pensiero candido, ma ingenuo. Nessuno gioca per rovinarsi economicamente e lo stigma del giocatore come “poveraccio” è solo una scorciatoia cognitiva per non voler capire un fenomeno complesso che ha una sua storia.

Ci sono molti giocatori e pochi ludopatici. Perché?

Ci sono milioni di persone che giocano che non sono affatto dei “poveracci”. Perché?

Ci sono organizzazioni criminali che propongono intrattenimenti senza alcun controllo e che “erogano” gioco e intrattenimento non legale. Perché?

Non si possono liquidare certe questioni con un istintivo: “perché i giocatori sono dei poveri imbecilli!”.

“Nessuno gioca per rovinarsi economicamente e lo stigma del giocatore come “poveraccio” è solo una scorciatoia cognitiva”

 

Chiunque dotato di un minimo di buon senso e comprensione della realtà si rende conto che un fenomeno come quello gioco, delle scommesse, del bingo, ecc, vivono nella nostra cultura da secoli. Queste attività hanno un’origine complessa che andrebbe capita, compresa, ed indirizzata, semmai, proprio per evitare che le persone – che giocano e continueranno a farlo – si rivolgano a mercati dell’intrattenimento più tetri e davvero privi di controllo.

L’equilibrata visione di se stessi che molti giocatori hanno, è abbastanza diversa da quella che si potrebbe aspettare: sono un giocatore, una persona posata e a cui piace giocare, non d’azzardo, ma giocare e basta. La parola “azzardo” legata a “gioco” disturba il giocatore sano proprio perché crea uno stereotipo univocamente maligno: sarebbe come dire “pirata” a tutti quelli che guidano un’auto, o “assassino” a tutti coloro che detengono un’arma. 

Ciò che determina l’emergere di tali aggettivi nel linguaggio comune è un tipo di relazione, che diventa maligna proprio ogni qualvolta che c’è assenza di controllo e dove mancano delle regole.

Una volta che si diventa consapevoli deformazione derivata dal linguaggio, ci si rende anche conto che esiste un gioco pubblico, libero e legale proprio per evitare che l’azzardo ovvero che l’assenza di regole e controllo – prenda il sopravvento.

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