L’industria farmaceutica: da “male” della società a risorsa fondamentale

industria farmaceutica

Il contributo dell’industria farmaceutica, da più parti additata come uno dei soggetti più negativi di questa società, si sta rivelando fondamentale nell’uscita dall’emergenza epidemiologica causata dal COVID-19, grazie alla creazione e allo sviluppo dei vaccini.

Da sempre l’industria farmaceutica si destreggia tra le feroci critiche che le arrivano da più parti e il fondamentale e considerevole contributo che, tramite le sue attività e i suoi output finali, come farmaci e vaccini, presta al bene comune, contribuendo a migliorare non solo la salute delle persone malate, ma anche le aspettative di vita comune e, conseguentemente, il benessere collettivo.

In questo momento storico così unico, segnato ormai, da quasi un anno, dalla crisi epidemiologica e dall’emergenza sanitaria legata al COVID-19, tutto il mondo, stremato dai vari lockdown e da tutte le limitazioni alla vita quotidiana, attende con ansia e speranza l’arrivo dei vaccini, su cui fin da subito le aziende farmaceutiche hanno iniziato a lavorare.

Una soluzione miracolosa che proietterebbe l’umanità verso la fine di questo tunnel, in attesa delle campagne di vaccinazione su larga scala. Ancora una volta, quindi, gli equilibri e le percezioni si ribaltano e si relativizzano in base ai reali rapporti di forza e alle reali urgenze della contemporaneità.

 

Quante critiche subisce l’industria farmaceutica

L’industria farmaceutica, come accennato, è stata da sempre oggetto di duri attacchi mediatici e bersaglio di opinioni negative da parte dell’opinione pubblica, al pari, solo per citarni alcuni, di settori come quelli del gioco pubblico o di passioni come l’ampio spettro degli sport da combattimento. Questi attacchi, nel corso degli anni, hanno contribuito a minare e rendere negativa l’immagine di questo settore e delle aziende che ne fanno parte, con ricadute anche sugli stessi lavoratori.

Chi si schiera contro il loro operato afferma che sviluppare medicinali, farmaci o vaccini non è così costoso come viene dichiarato e che esse gonfiano i costi di ricerca e sviluppo di nuovi prodotti per giustificarne l’elevato prezzo di vendita finale, facendo sì che i guadagni superino di gran lunga le risorse e i costi di produzione.

Ma queste non sono le uniche critiche che vengono fatte: c’è la questione dello sfruttamento, da parte delle aziende farmaceutiche, dei laboratori di ricerca, di governi e università, che sono spesso pubblici e finanziati con i soldi dei contribuenti, c’è il beneficio dei tagli fiscali e degli incentivi finanziari, c’è la questione della scarsa innovazione e della vendita di nuovi farmaci al 99% simili ai precedenti (modificati solo superficialmente) e della speculazione sulla salute delle persone malate (spesso indotte a considerarsi in questo stato), soprattutto riguardo le popolazioni dei paesi in via di sviluppo e di quelli più poveri, da cui, si dice, provengono i maggiori guadagni.

 

Una nuova narrazione per le case farmaceutiche

L’equilibrio tra percezioni positive e percezioni negative riguardanti le case farmaceutiche è spesso precario e muta al variare dei temi di maggior risonanza mondiale, contribuendo a far prevalere l’una o l’altra polarizzazione. Tra detrattori e sostenitori del loro operato, però, la questione legata alla pandemia causata dal COVID-19 ha messo tutti d’accordo.

Nelle settimane iniziali di questa emergenza sanitaria, tutti hanno sperato e invocato la creazione di una cura e di una vaccino utili a fronteggiare la pericolosità di questo virus. E tenendo fede al loro compito, da subito, le case farmaceutiche hanno iniziato sperimentazioni, ricerche e possibili vie di sviluppo.

Ecco che, improvvisamente, a causa di un nemico comune, l’opinione verso l’industria farmaceutica è radicalmente cambiata. Un cambiamento che ha gettato le basi di una nuova narrazione, che oggi più che mai potrebbe imporsi nei discorsi quotidiani: l’industria farmaceutica come attore fondamentale della ripresa e come categoria che, più di tutti, ha contribuito al superamento collettivo dell’emergenza sanitaria.

In questi giorni, seppur vengono avvantaggiate case farmaceutiche a dispetto di altre (tra lotte economiche e politiche tra i vari Paesi), la maggior parte delle persone sono impazienti di iniziare il percorso di uscita da questa pandemia attraverso l’uso del vaccino. Alcuni Stati hanno già cominciato le campagne di vaccinazione, mentre altri sono in procinto di farlo (come quelli appartenenti all’Unione Europea).

Nulla di tutto questo sarebbe stato possibile se l’industria farmaceutica non avesse avuto dalla sua un’altissima competenza, grandi finanziamenti e ingenti risorse per la ricerca scientifica e per lo sviluppo di conoscenze e di prodotti (farmaci, vaccini) dagli elevati standard qualitativi e spazi e laboratori dotati delle migliori e più sofisticate tecnologie per supportare tutti gli step del processo di creazione del vaccino.

Considerazioni che dovrebbero far riflettere in molti, che in tante occasioni hanno espresso delle critiche perlomeno premature e che, ora che il vento è cambiato, sono pronti a schierarsi a favore della parte più conveniente.

 

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Rifiuto della realtà: opportunità o maledizione?

olio di lorenzo

Ogni giorno, in tutto il mondo, qualcuno riceve quella notizia che nessuno vorrebbe mai sentire. Un’informazione cambia la vita, se ci si arrende alla mera accettazione del dato. Ma se bastasse rifiutare la realtà per proseguire indenni il nostro percorso, sarebbe un’opportunità o il prolungamento di una “maledizione”?

È del 1997 il film “L’olio di Lorenzo”. Ma è nel 1984 che, nella vita vera, venne diagnosticata a Lorenzo Odone una rarissima malattia degenerativa che solitamente colpisce i giovani maschi tra i 5 e 10 anni, che diventavano gradualmente muti, sordi, ciechi e paralizzati prima del sopraggiungere della morte, cosa che generalmente accadeva per cause respiratorie o neurologiche nel giro di due anni dal manifestarsi dei primi sintomi. Parliamo dell’adrenoleucodistrofia.

Di fronte ad una notizia simile ci si può perdere. Arrendersi a ciò che sembra scritto nel “naturale corso” della malattia, o si rinnega tutto, si sfida la realtà e ci si mette alla ricerca della più microscopica possibilità di riscrivere il corso del destino.

Questa seconda opzione è per folli, per visionari, per inguaribili ottimisti, per lo 0,01% delle persone… le più straordinarie. Ecco un caso in cui non essere fra la maggioranza può rivelarsi una vera fortuna. 

Una vita di ricerca e ostinazione

In questo 0,01% rientrano sicuramente Augusto e Michaela Odone che rifiutarono di accettare una simile prognosi e decisero di combattere per trovare un rimedio efficace alla malattia del figlio, scontrandosi continuamente con i pareri di medici, la maggior parte scettici sul fatto che due comuni cittadini potessero riuscire a trovare una cura. Con l’aiuto di Hugo Moser riuscirono invece a sviluppare il miglior trattamento per l’ALD fino ad allora mai creato. Il trattamento consisteva nel consumo di un olio da cucina appositamente creato, che divenne poi noto come “olio di Lorenzo“. 

Questo ostinato rifiuto della realtà permise a Lorenzo di vivere sino al giorno dopo il suo trentesimo compleanno, riuscendo a “strappare” oltre vent’anni in più di quanto gli era stato prospettato al momento della diagnosi dell’ALD.

Il bivio tra speranza e accanimento

Arriviamo dunque al famoso incrocio, un bivio importante da valutare. Speranza o accanimento? Lorenzo ha sì vissuto venti anni più di quanto previsto, ma che vite furono la sua e quella della sua famiglia?

Nonostante i risultati delle ricerche Lorenzo, nel tempo, smise di camminare, di parlare. Ma invece di 3 anni ne visse 30. Anni pieni di amore, ma anche di dolore. 

È corretto pensare di poter cambiare così forzatamente il coro del destino? Vale più il quanto si è vissuto o il come? La qualità del tempo trascorso? Se in molti hanno visto questa storia di resilienza e ostinazione come una favola di vittoria contro la morte… forse sbagliano… non valutando che lottare con questa tenacia fa morire un po’ tutti i giorni.

Siamo così attaccati a ciò che è terreno che per difenderlo, rinunciamo a viverlo.

Può sembrare eroico, ma ne vale davvero la pena? Si arriva comunque alla “fine” e guardandoci indietro cosa peserà di più tra tempo e spensieratezza?

Forse non è vero che quello 0,01% è una forza straordinaria, forse è solo incapacità di accettare il destino, e lottare contro di esso potrebbe rivelarsi una maledizione. Non abbiamo risposte certe in merito, ma possiamo cogliere questa storia per riflettere sulla vita, le prove che ci presenta ed il nostro atteggiamento mentale.

Si vive e si muore. Per sempre sarà così, mai lo acceteremo…

 

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Medicina tra razionalità e ragionevolezza

medicina, scienza e scientismo

La medicina necessita di un’apertura mentale tale da rinnegare qualsiasi posizione di scientismo che al contrario trova nella scienza l’unica fonte valida di sapere. 

Lo “scientista” è colui che considera come unica forma valida di sapere, la scienza, superiore a qualsiasi altra forma di conoscenza. Per queste persone la scienza finisce per essere sostanzialmente una “definizione chiusa che in medicina purtroppo non funziona e crea in realtà molti problemi. 

Più producenti le definizioni aperte nelle quali le razionalità si confrontano con altre razionalità, le conoscenze sono molteplici e i modi di conoscere diversi. La scienza in medicina se usata in modo dogmatico ha nefasti effetti collaterali. Per cui non è in discussione il suo valore ma il modo di usarla.

Qual è il ruolo del medico

Il medico non è mai solo scienziato, è anche un filosofo, un pragmatista, un tecnico, una figura dalle molteplici sfumature. In un malato le oggettività e le soggettività della malattia non sono separabili, avere più sensibilità è fondamentale per comprendere fino in fondo ogni singolo paziente e le diverse situazioni. Non chiudersi in un ruolo definitivo è molto difficile.

Gli errori, gli abbagli, gli equivoci sono costantemente in agguato. In fondo anche il medico è un uomo. La medicina nella sua storia ha sempre cercato solide verità scientifiche, ha rischiato di cadere in tentazioni scientistiche. Il confine è davvero molto labile. Mantenere una posizione aperta è fondamentale, prima di tutto, per non escludere nessuna ipotesi verso i pazienti. 

La mancata occasione “Di Bella”

Quando la medicina prende posizioni troppo rigide, rischia di perdere occasioni importanti di crescita. Nel ’99 con il caso Di Bella l’oncologia perse una grande occasione di dialogo sociale, proprio perché si arroccò nel suo scientismo, non riuscendo a sintonizzarsi né con la disperazione umana né con i nuovi significati culturali di cura. 

Certamente i principi attivi impiegati in quel trattamento risultarono inefficaci alla sperimentazione, ma come hanno dimostrato, tante innegabili testimonianze, il modo di curare di quel trattamento, la personalizzazione delle terapie, la conoscenza minuziosa del malato, il suo coinvolgimento, la filosofia terapeutica di fondo, avrebbero meritato più scienza e meno scientismo e quindi più attenzione da parte degli oncologi. 

Cosa impediva all’oncologia di trasferire quel patrimonio di esperienza alle cure oncologiche a comprovata efficacia terapeutica? Una terapia non è fatta solo da sostanze o da cellule ma anche da modi di curare.

Oggi la cura è molto di più della terapia, oggi il rimedio è molto di più di un farmaco. Oggi è importante, al pari della terapia, la relazione terapeutica. Quindi ribadisco il mio sì convinto alla scienza e un no altrettanto convinto allo scientismo.

 

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