A tuo rischio e… pregiudizio!

a tuo rischio e pericolo, sport estremi

Tute alari, parapendio, free climbing, parkour, tuffi in acqua da altezze impensabili sono solo alcuni dei tanti sport estremi che quotidianamente vengono praticati in diverse parti del mondo.

Gli sport estremi sono ormai entrati di diritto nel grande paniere di attività sportive che l’essere umano ha ideato e che pratica. Il loro numero cresce, aumentano le varianti e aumentano anche le persone che scelgono di approcciarsi ad essi. E come ogni sport anche lo sport estremo lo si fa per passione.

In questo caso c’è da dire, però, che la passione deve viaggiare con le spalle cariche di quel pregiudizio incondizionato proveniente da persone – la gran parte – che nella pratica di questi sport, non vedono altro che un inutile ed evitabile rischio

“Chi glielo fa fare?” si sente dire spesso, oppure “Che gusto c’è nel rischiare così tanto?” o ancor peggio se il gesto sportivo si conclude con il dramma, il “Se l’è cercata!” fatica a mancare.

Ascoltare queste frasi per chi quotidianamente si impegna a migliorarsi nello sport non è di certo il massimo e a dirla tutta, si tratta di pensieri decisamente obsoleti e in buona parte bigotti. Non vogliamo però far nascere una polemica e riteniamo che questo pregiudizio nasca principalmente dall’incapacità o dall’assenza di volontà nel comprendere cosa realmente spinge tanti ragazzi a praticare questi sport e cosa si nasconde dietro la loro passione.

L’obiettivo è proprio questo, presentare il punto di vista dell’atleta che per carità, non si può negare che talvolta mette a rischio la propria vita, ma lo fa con una certa consapevolezza che i “giudicanti” si limitano a definire spregiudicatezza e mancanza di rispetto per se stessi e la propria vita.

Cos’è uno sport estremo?

Anzitutto, prima di capire meglio partiamo dalla definizione di sport estremo. La dottoressa Rhonda Cohen definisce gli sport estremi come: “Un’attività competitiva entro la quale il partecipante è sottoposto a sfide fisiche e mentali inusuali come l’adattamento alla velocità, all’altezza, alla profondità o alle forze naturali, e dove una rapida e precisa elaborazione percettiva-cognitiva può essere richiesta per un esito positivo del risultato dell’attività”. Insomma un qualcosa di complesso, più di quanto si possa pensare.

Ce ne sarebbe anche un’altra più incisiva, provocatoria e perché no, romantica:

“Ci sono solo tre sport: corrida, corse automobilistiche e alpinismo; tutto il resto sono solo giochi”.

Chi l’ha pronunciata? Ernest Hemingway. Sebbene questa definizione sia più chiara, risulta un po’ limitante perché sembrerebbe dirci che nello sport o si rischia la vita o si sta facendo un semplice e noioso gioco. Proprio qui è il punto, dietro la passione verso gli sport estremi c’è tanto altro.

Motivazioni a confronto

Diversi studi hanno approfondito la questione. L’essere amanti del rischio, attratti da sfide in luoghi pericolosi, dal trovarsi di fronte a elementi ignoti e incontrollabili della natura, dal provare sensazioni fisiche fuori dal comune, sono tutte ragioni legate al rapporto che questi sportivi hanno con la necessità di sfidare se stessi. Il pregiudizio però, porta a definirle persone mosse da tendenze autodistruttive, ma non è affatto così nessun atleta vuole autodistruggersi.

Essi sfidano loro stessi e non il prossimo come la maggior parte delle persone si trovano a fare quotidianamente, nel lavoro o in altri aspetti della vita, per prevaricare sull’altro, vincere – spesso con ogni mezzo – rendendo questa scelta di certo meno nobile e poco rispettosa della vita… dell’altro.

Altri studi associano questa propensione alla ricerca di sensazioni estreme al bisogno di adrenalina che consente di uscire dalla noia del quotidiano. Si tratta di uno specifico tratto della personalità chiamato sensation seeking, che se fortemente presente nell’individuo lo conduce alla ricerca del rischio. A seconda del livello di sensation seeking varia la predisposizione a cercare o evitare le sensazioni forti. Insomma un tratto genetico come lo è quello legato ai recettori di dopamina: meno recettori si posseggono maggiore è la ricerca di stimoli e sollecitazioni.

Migliorare se stessi

Insomma c’è tanto dietro ogni sport estremo, da aspetti scientifici al fascino di andare “oltre il limite”. E non dimentichiamoci l’impegno, la costanza, lo studio, il continuo esercitarsi per cercare di diventare i migliori e si sa… diventare i migliori non è per tutti.

Non si possono quindi “liquidare” questi atleti come semplici irresponsabili, bisogna cambiare prospettiva, ascoltarli, comprenderne le necessità e apprezzarli perché diciamoci la verità, regalano emozioni anche a noi quando osserviamo, stupefatti, le loro performance.

Photo by Maja Kochanowska on Unsplash