Io non gioco d’azzardo, ma gioco

Nella sua biografia-testamento, “La fine è il mio inizio”, Tiziano Terzani – grande reporter italiano del ‘900 e apprezzatissimo scrittore – racconta di quando una volta, trovandosi un po’ in crisi con se stesso, si rifugiò per ore dentro un casinò di Macao per tentar la sorte.

Il suo obiettivo non era rovinarsi, ma piuttosto interrogare la fortuna, capire come essa potesse funzionare, ma anche allontanarsi, cercare un “altrove” dal mondo che lo facesse diventare meno assillato dalla pienezza della sua vita e che lo distraesse, seppure per poco, dalla sua esistenza. 

Terzani non cercava l’azzardo, non tentava di rovinare sé o la sua famiglia, non stava cercando di diventare ricco per risolvere tutti i suoi problemi con la “cura” magica del gioco.

Era solo in cerca di un sollievo.

Cultura della colpa

Oggi il gioco cosiddetto “d’azzardo” (termine piuttosto abusato e che in termini strettamente giuridici indica il solo gioco illegale) è diventato il nuovo capro espiatorio perfetto per gli habituè del senso comune: chi gioca viene visto come una persona moralmente discutibile, legata ad un ceto medio-basso poco acculturato, bigotto e con scarse ambizioni personali. 

Un pregiudizio che fa sorridere: il già citato Terzani era un fine intellettuale e nella nostra storia moderna si parla spesso di circoli in cui il gioco era il piacevole pretesto per intavolare discussioni mirabolanti, imbastire accordi tra uomini – ahimé, la storia non è mai stata per la parità di genere –  d’affari e socializzare.

Prendendo l’esempio di questi circoli, moralmente parlando, in parte è vero: in questi luoghi – privati ed esclusivi – avveniva talvolta che qualcuno si rovinasse. Alexandre Dumas – il padre del romanzo storico francese dell’800 ed autore de’ I Tre Moschettieri e del Il Conte di Montecristo  -, a dispetto della sua fortuna letteraria, dovette vendere il suo castello per debiti, molti dei quali – si narra – accumulati in qualche fumosa ed aristocratica sala da gioco.

Ma questo avveniva per un solo motivo: la totale assenza di regole dettata dal fatto che si trattasse di “circoli privati”, ovvero fuori da qualsiasi giurisdizione e controllo.

La “cultura della colpa”, incollata come carta moschicida all’idea stessa del gioco, nasce esattamente lì: al di fuori della legalità.

Azzardo è assenza di controllo

Oggi, nel mondo contemporaneo, sale slot, lotterie, il poker online vengono considerate “il problema per certe categorie di persone”; un pensiero candido, ma ingenuo. Nessuno gioca per rovinarsi economicamente e lo stigma del giocatore come “poveraccio” è solo una scorciatoia cognitiva per non voler capire un fenomeno complesso che ha una sua storia.

Ci sono molti giocatori e pochi ludopatici. Perché?

Ci sono milioni di persone che giocano che non sono affatto dei “poveracci”. Perché?

Ci sono organizzazioni criminali che propongono intrattenimenti senza alcun controllo e che “erogano” gioco e intrattenimento non legale. Perché?

Non si possono liquidare certe questioni con un istintivo: “perché i giocatori sono dei poveri imbecilli!”.

“Nessuno gioca per rovinarsi economicamente e lo stigma del giocatore come “poveraccio” è solo una scorciatoia cognitiva”

 

Chiunque dotato di un minimo di buon senso e comprensione della realtà si rende conto che un fenomeno come quello gioco, delle scommesse, del bingo, ecc, vivono nella nostra cultura da secoli. Queste attività hanno un’origine complessa che andrebbe capita, compresa, ed indirizzata, semmai, proprio per evitare che le persone – che giocano e continueranno a farlo – si rivolgano a mercati dell’intrattenimento più tetri e davvero privi di controllo.

L’equilibrata visione di se stessi che molti giocatori hanno, è abbastanza diversa da quella che si potrebbe aspettare: sono un giocatore, una persona posata e a cui piace giocare, non d’azzardo, ma giocare e basta. La parola “azzardo” legata a “gioco” disturba il giocatore sano proprio perché crea uno stereotipo univocamente maligno: sarebbe come dire “pirata” a tutti quelli che guidano un’auto, o “assassino” a tutti coloro che detengono un’arma. 

Ciò che determina l’emergere di tali aggettivi nel linguaggio comune è un tipo di relazione, che diventa maligna proprio ogni qualvolta che c’è assenza di controllo e dove mancano delle regole.

Una volta che si diventa consapevoli deformazione derivata dal linguaggio, ci si rende anche conto che esiste un gioco pubblico, libero e legale proprio per evitare che l’azzardo ovvero che l’assenza di regole e controllo – prenda il sopravvento.

Photo by 🇨🇭 Claudio Schwarz | @purzlbaum on Unsplash

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