Metafore, pregiudizi e divieti: la pigrizia normativa ai tempi del Covid 

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Uno dei dubbi universali che attanagliano qualsiasi genitore è legato alla necessità di trasmettere delle regole alla propria prole. Vietare un certo comportamento, sebbene necessario, è sempre una via, più o meno autoritaria, per evitare il verificarsi di un comportamento.

Ma la psicologia di un bambino – per quanto elementare – è più complessa di quanto si possa pensare e spesso la ricezione di un divieto genera conseguenze, poco prevedibili, sulla psiche e sul carattere dell’adulto che verrà.

Parlare di bambini e di psicologia, di pedagogia, di regole e genitori potrebbe allontanarci parecchio dal discorso che intendiamo affrontare. Ma ci aiuta ad introdurre l’idea di una metafora su cui spesso si dibatte. E le metafore, nonostante allontanino dalla sostanza di un discorso, funzionano proprio perché distanti: esse sono lo sguardo da lontano che ci aiuta a trovare un nuovo modo di vedere le cose.

Uno Stato genitore? 

Di frequente accade, però, che i parallelismi, le metafore risultino particolarmente efficaci per interpretare un fenomeno. E così succede che ci troviamo a discutere di uno Stato come un inquisitore, educatore, precettore al pari di quanto faremmo per un genitore, come un padre (o madre). Ma poi la metafora prende il sopravvento e ci ritroviamo così a parlare inconsapevolmente di uno Stato come di un soggetto matrigno o patrigno con la leggerezza tipica delle metafore (quel tipo di “leggerezza” di cui parlava Calvino in Lezioni Americane)

Una semplificazione che però irrita chiunque sia minimamente in grado di capire che la complessità delle relazioni che intercorrono tra uno Stato e i propri cittadini non può essere liquidata con una striminzita metafora.

L’atto di vietare attuato da uno Stato non è affatto legato ad una mera questione educativa.

Le leggi non sono dei puri moniti comportamentali.

Le conseguenze che il legislatore provoca con le sue azioni di divieto possono ricadere poderose, sia in senso positivo che negativo, sull’economia, sulla società, sulle relazioni e sul futuro.

“La complessità delle relazioni che intercorrono tra uno Stato 

e i propri cittadini non può essere liquidata 

con una striminzita metafora”

E soprattutto va ricordato – tanto per cambiare metafora – che lo Stato è piuttosto una macchina, alimentata da un carburante essenziale chiamato tasse e condotta da un Governo e da un Parlamento che sono l’espressione della rappresentanza popolare.

Vietare e non vedere

Per queste ragioni, ed in particolar modo in questa triste stagione di divieti calati dall’alto a suon di DPCM, la metafora del divieto come espressione di una paternale – o maternale – morale ed educativa diventa del tutto insopportabile: perché i cittadini non sono bambini e ogni divieto a fare o non fare qualcosa ha della conseguenze che vanno molto al di là della personale irritazione.

Ogni divieto apodittico e frettoloso, in particolar modo in tempi di crisi, svela con amarezza squilibri e preconcetti che portano ad un inevitabile collisione ideologica ancor prima che materiale. Si scoprono così nuove partigianerie, nuovi guelfi e ghibellini tra Stato e Mercato, nuovi Utsi e Tutsu da odiare o marchiare come nemici.

“I cittadini non sono bambini 

e ogni divieto ha delle conseguenze

 che vanno molto al di là della personale irritazione”

Inoltre, il meccanismo di costruzione di senso – o consenso – attraverso un sistema costruito sui divieti, che non si preoccupa mai di vedere alle conseguenze che certe proibizioni creano, è l’espressione di un solo sentimento diffuso: la paura.

Sale su una ferita

Oggi le proteste di commercianti, di ristoratori, ma anche di proprietari di sale da gioco, di cinema, di locali, notturni, di bar, ecc., sono sacrosante come è sacrosanto il diritto alla salute che lo Stato deve garantire. Ma quando si scende nel concreto di certe scelte, ciò che balza agli occhi, è che qualcosa nella selezione delle “categorie sacrificali”, su un piano razionale, non funziona proprio.

Che si chiuda una palestra a causa dell’epidemia di coronavirus è comprensibile: spazio chiuso, umido, respiro, sudore… C’è poco spazio per immaginare una soluzione di compromesso, anche prefigurando ogni possibile precauzione. Ma che si chiuda un cinema o una sala scommesse, per esempio, che possono essere considerati tra i luoghi più sanificati e sanificabili, dove non hai bisogno di aprire bocca, dove puoi evitare di toglierti la mascherina per mangiare, dove spazio e distanze possono essere mantenute a patto di sacrificarsi un po’, che senso ha? Nessuno, ma su quei luoghi aleggia un pregiudizio stantio e pregno di ignoranza.

Vietare l’apertura di una palestra significa mettere in crisi un piccolo imprenditore, minacciare la sicurezza economica di una o più famiglie e tante altre conseguenze. Ma è quasi inevitabile, data la situazione attuale.

Chiudere alcuni luoghi di intrattenimento che hanno una bassissima probabilità di essere l’epicentro di un focolaio epidemico e provocare volutamente un piccolo e dannoso terremoto economico sociale è una pigrizia normativa, che non fa altro che gettare sale sulla ferita: forse disinfetta, sicuramente brucia come l’inferno e non sarebbe stato sbagliato considerare delle alternative.

“Una pigrizia normativa, 

che non fa altro che gettare sale sulla ferita”

Se proprio si vuole usare una metafora per descrivere la situazione attuale, questa mi sembrava la più appropriata.

 

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