Oro di fiele

Siamo davvero disposti a tutto per essere dei campioni? Quando lo sport diventa business e l’atleta un surrogato del fatturato del sistema sportivo si azzera il principio dei valori e si passa sopra ad ogni principio.

Se avete un passato sportivo leggermente migliore della media nazionale e avete nutrito una piccola aspirazione nella disciplina che praticavate, sicuramente una volta nella vita vi sarete immaginati con la tuta tricolore, sul gradino più alto del podio delle Olimpiadi, con La Medaglia più prestigiosa. Ma che sapore ha la Vittoria? E se sapesse di Fiele?

Ci propinano sempre la stessa storia. L’allenamento, la fatica, il sacrificio e poi il trionfo, la medaglia ed il successo. Ma se zoomassimo su questo meraviglioso “percorso netto” cosa si nasconderebbe tra una virgola e l’altra di questo elenco così nobile?

Le performance finanziarie prima di quelle sportive

Troverebbero spazio le leggi del marketing, il fatturato, i giochi di potere, gli sponsor, e tutto ciò che, in realtà, è diametralmente opposto ai principi dello sport.

Nel 2016 le luci dei riflettori hanno acceso l’attenzione sul mondo della ginnastica artistica, rivelando un meccanismo di vittima e carnefice che ridisegna totalmente lo scenario patinato e magico che abbiamo visto durante le olimpiadi di Rio 2016.

Solo oggi sui nostri schermi grazie al documentario di Netflix “Atleta A” possiamo davvero vedere cosa significhi, in questo caso, entrare a far parte della squadra olimpica americana di ginnastica.

“Amiamo i vincitori in questo paese. E sacrifichiamo i nostri giovani per vincere…”

Una citazione da prendere alla lettera e che fa rabbrividire purtroppo, visti i fatti che coinvolgono le ginnaste coinvolte. Atlete che iniziano anche a 3 anni il loro percorso agonistico e trattate come vere e proprie marines.

Si allenano e gareggiano nonostante dolori, infortuni e violenze psicologiche e fisiche che  farebbero crollare molti adulti. Ma loro vanno avanti, per il loro sogno, per la volontà di quel podio che gli permetterebbe di rappresentare il proprio paese e diventare una star. Un’idea che forse vale tanto… così tanto che spesso anche le famiglie di queste vittime consapevoli, spostano lo sguardo e chiudono le bocche… per non infastidire chi al vertice di un sistema così crudele decide chi è degno di essere o meno una “ginnasta d’Elite”.

Questa vicenda in particolare si è conclusa con la condanna di tutti i responsabili di tali mostruosità, ma vale la pena fare una riflessione su questi ambienti altamente competitivi. C’è davvero solo il bene? Vale davvero la pena emergere se la tassa da pagare è l’avvilimento psicologico? Lo sport è sempre sport? o a certi livelli si trasforma in un inferno di numeri tra record e fatturati?

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