Professionisti in fuga

poker professionisti in fuga

Sono tanti i giocatori di Poker professionisti che si sono trasferiti all’estero per continuare a praticare la loro professione con maggiore libertà e con più opportunità di crescita.

Una volta si parlava di fuga di cervelli – medici o ingegneri per esempio – che scappavano dall’Italia per “trovare fortuna” o meglio realizzarsi professionalmente, cosa difficilmente possibile nel nostro paese. Ora invece, anche se il fenomeno non è recentissimo ma sembra esserlo perché non fa notizia e perché di nicchia, c’è la fuga di altri cervelli… cervelli non considerati come tali, emarginati e incompresi: i giocatori di poker professionisti.

Si tratta di persone che fanno di questo gioco la loro professione. Un gioco che nella maggior parte dei casi viene scoperto da bambini o poco più, durante le feste natalizie con i parenti e praticato saltuariamente da ragazzi (o da adulti) con gli amici per passare una serata insieme diversa dalle altre.

Questa è la consuetudine, bene o male tutti conoscono il poker, perfino chi non lo annovera tra i suoi giochi preferiti neanche durante quell’unico giorno dell’anno, il Natale, in cui è “doveroso” giocare oltre che mangiare.

Una professione impegnativa

In questa consuetudine però, c’è qualcuno che ha approfondito la questione a partire dalle emozioni sane che nascono durante il gioco, ha iniziato ad appassionarsi sempre di più, a studiarlo, praticarlo e… vincere. Da lì un circolo virtuoso: studio, pratica, vittoria finché si capisce che la strada per il professionismo è possibile da intraprendere ma soprattutto è quella che si vuole intraprendere. 

Così nasce la vita di un professionista di poker. Una vita che oltre allo studio e al sacrificio consente di viaggiare, conoscere persone e posti nuovi e di avere uno stile di vita sopra la media.

Non è però tutto oro quello che luccica, il gioco del poker è un gioco ad alta varianza e i risultati si ottengono nel lungo periodo a differenza di quanto si possa pensare. Questo significa che possono arrivare periodi bui, in cui si investe tempo e denaro ma non ci sono ritorni economici perché non si vince. È proprio in questi momenti in cui la tenacia, la perseveranza, la gestione delle emozioni fanno la differenza per un giocatore professionista e vincente.

 

Perché si fugge all’estero?

Tornando alla fuga dei cervelli, i professionisti di poker che optano per il trasferimento in altri paesi, lo fanno per diverse ragioni che si appoggiano su un unico filo conduttore: la scelta del nostro paese di “distruggere”, in modo più o meno consapevole, il poker italiano.

Partiamo da un esempio. Ogni anno in america si giocano i campionati del mondo di poker e tra i tanti tornei ce n’è uno che se vinto consente di rimanere nella storia del poker (oltre a vincere una discreta somma). Lo scorso anno, un giocatore italiano professionista (Dario Sammartino n.d.r.) ha sfiorato la vittoria arrivando secondo e vincendo 6 milioni di dollari.

Cosa c’entra questo con la fuga all’estero? Dario non è residente in Italia e qualora lo fosse stato avrebbe dovuto versare all’Agenzia delle Entrate oltre 2,5 milioni di dollari solo per quella vincita. Essendo residente in Austria è riuscito ad evitare l’esborso di questa cifra perché altri paesi come appunto l’Austria (oppure Malta e Regno Unito), hanno sistemi fiscali e di tassazione diversi dal nostro, decisamente più snelli e favorevoli ai giocatori di poker.

Con questo esempio vogliamo dire che lo stato italiano, lasciandosi sfuggire talenti come Dario, ha scelto di non fare entrare nelle proprie tasche neanche un dollaro (euro per essere precisi) a causa di una tassazione poco favorevole a chi pratica questo sport. Sia chiaro, i giocatori non vogliono evadere le tasse ma solo contribuire con il giusto. Pertanto, se ci fosse stato un sistema di tassazione più equo i giocatori sarebbero rimasti in Italia contribuendo così all’economia del paese.

 

Liquidità condivisa e assenza di regolamentazioni

Discorso simile vale per il poker online. In questo caso la fuga dipende dalla mancanza di liquidità condivisa (cosa che invece c’è in Francia, Spagna, Portogallo). Nonostante si cerchi di promuoverla dal 2013, i nostri governi non hanno avallato questa possibilità costringendo i player a doversi confrontare tra loro solo a livello nazionale. Ed ecco il perché della fuga all’estero: poter giocare su piattaforme internazionali consente di mettersi alla prova contro i più forti al mondo, crescere, provare a diventare i migliori e perché no… vincere cifre più elevate.

Ridurre il numero di giocatori costretti ad andare via non porterebbe dei vantaggi solo al poker rendendolo più appetibile (garantendogli anche la spettacolarità che possiede, per esempio, in America) ma avrebbe anche effetti sull’economia dell’intero paese. I giocatori, in particolare i professionisti, resterebbero in Italia (o vi farebbero ritorno), si recupererebbe un ottimo contributo in termini di gettito fiscale e girerebbero più soldi nel paese.

Alla tassazione e all’assenza di liquidità condivisa si aggiunge anche l’assenza di regolamentazione del poker live nei casinò o nei circoli. Attualmente sono soltanto 4 i casinò dove si può giocare, ma senza una regolamentazione adeguata che spaventa i giocatori generando un evidente calo della spesa. Non dimentichiamoci poi che l’assenza di regolamentazione non alimenta solo la fuga dei professionisti e la diminuzione della spesa, ma che questa va ad alimentare il gioco illegale e gli interessi della criminalità organizzata. E i danni oltre che per l’erario e per la legalità si riscontrano anche per il lavoro: meno giocatori ci sono meno lavoro si crea per il settore.

 

Inconscio e pregiudizio

C’è un altro aspetto che inconsciamente contribuisce a questa grande fuga: l’opinione pubblica. La maggior parte delle persone quando pensa al poker pensa all’azzardo, alla fortuna, alla dipendenza e tutto ciò che confluisce in un giudizio negativo che non lascia spazio al dialogo e genera soltanto l’emarginazione dei giocatori.

Ma non c’è nient’altro di più sbagliato. Il nostro intento non è quello di invitare le persone a giocare o negare l’esistenza della componente fortuna, ognuno può e deve praticare lo sport che preferisce, quello che vogliamo fare è far comprendere a queste persone cosa c’è veramente dietro questo gioco.

Come detto il poker è studio, pratica, perseveranza ma non solo. Il poker è matematica, psicologia, è saper fare le scelte giuste, approfittarsi delle circostanze, è analisi degli errori, è anche riposo, è ascolto delle proprie sensazioni, gestione dello stress, del tempo e del proprio bankroll (denaro a disposizione). Il giocatore diventa l’azienda di se stesso, che si assume il rischio e sa di dover prendere in considerazione diverse variabili.

In tutto questo c’è anche la fortuna ma conta meno di quanto ci si possa aspettare altrimenti non vincerebbero sempre gli stessi. Bisognerebbe quindi iniziare a cambiare prospettiva, a pensare in modo diverso al poker, a partire dal governo con le regolamentazioni fino ad arrivare alle persone che in realtà non lo conoscono a fondo ma lo giudicano ghettizzando chi lo pratica. Capire quindi che l’azzardo, la fortuna e il pericolo si trovano da tutt’altra parte.

Photo by Alex Knight on Unsplash

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