La Gamification: una realtà sempre più concreta

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La Gamification, ovvero l’insieme di quelle dinamiche proprie dei giochi utilizzate in contesti diversi da quello del gioco, è una tecnica sempre più utilizzata e una realtà sempre più concreta.

Oggi si parla sempre più spesso di gioco, dei suoi benefici, della sua utilità, delle sue dinamiche, delle sue applicazioni in tanti contesti differenti. Tra le tante forme che si stanno sperimentando, una si è dimostrata talmente efficace da essere diventata un qualcosa di implicito all’interno della società, quasi scontata, come se fosse sempre esistita: la Gamification.

Ma quali sono i vantaggi di questa tecnica? Perché da più parti, spesso in contesti diversissimi tra loro, si sta utilizzando? E in cosa consiste precisamente?

 

Che cos’è la Gamification

La Gamification è l’utilizzo di meccanismi e principi peculiari dei giochi in contesti in cui normalmente non vengono applicati. Si intendono quindi qui elementi come: obiettivi e regole di azione, punteggi, avatar, feedback al giocatore, sfide, obiettivi, ricompense, componenti di game design applicati a differenti realtà.

Lo scopo principale di questa tecnica è quella di portare i benefici e i lati positivi del gioco in altri ambienti, per migliorare l’organizzazione e tutti gli aspetti ad essa collegati. Tramite la gamification, inoltre, si cerca di motivare le persone a raggiungere gli obiettivi preposti.

I sistemi in cui viene usata sono molti e sono in continuo aumento. Viene usata, ad esempio, in contesti di lavoro, che spesso si svestono della loro formalità, all’interno di campagne di marketing e comunicazione per migliorare le promozioni e incentivare la fidelizzazione degli individui (avvicinando quest’ultimi e i valori del brand) o a supporto di iniziative di apprendimento dedicate ai bambini e ai ragazzi.

Si pensi ad esempio alla recente iniziativa posta in essere dal Governo per incentivare l’utilizzo dei pagamenti elettronici e ridurre l’evasione fiscale: la lotteria degli scontrini. Essa può essere ricondotta sotto la categoria di Gamification, perché prevede dei premi che ricompensano un certo tipo di comportamento, incentivandolo nel lungo periodo.

 

Perché la Gamification funziona

Proprio per il fatto di trasformare semplici azioni quotidiane in giochi funzionali e, dove possibile, competitivi, le persone sviluppano un sentimento di sana competizione che le spinge a fare di più e a fare meglio. Si sentono maggiormente coinvolte e stimolate a raggiungere gli scopi preposti, grazie, soprattutto, all’utilizzo di prove e ostacoli e di un sistema di ricompense.

In linea generale, le persone mettono in atto comportamenti più efficaci ed efficienti quando sono giustamente motivate. Si pensi ad esempio proprio al contesto lavorativo. Stimolando atteggiamenti positivi e un desiderio di soddisfazione e crescita personale si raggiungono performance più efficaci che giovano sia alla realizzazione personale (crescita dell’autostima e della motivazione) che alla crescita dell’intera azienda.

Ecco perché la Gamification sta prendendo sempre più piede ed è sempre più utilizzata: riesce ad unire l’utile e il dilettevole, mettendo in rilievo le attitudini positive della persona.

 

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Barbie, icona vituperata del nostro tempo

storia delle barbie

Da oltre sessant’anni Barbie “accompagna” le bambine verso l’età adulta mostrando loro un futuro fatto di possibilità e desideri esaudibili. Nonostante questo, però, è da oltre sessant’anni che le critiche nei suoi confronti stentano a mancare.

Non lo si può negare, Barbie non è soltanto un giocattolo o una semplice bambola ma un simbolo mondiale che è stato capace di assorbire e interpretare quelle trasformazioni culturali, sociali e perché no estetiche, che hanno caratterizzato – e continuano a farlo – la nostra società per oltre mezzo secolo.

Un’icona che nel tempo è stata costretta a convivere con le tante critiche provenienti da quella parte di mondo femminile che ne ha sempre recriminato la capacità di veicolare messaggi sbagliati e pericolosi. Troppo finta, troppo bella, troppo ricca, troppo perfetta. Insomma un giocattolo in grado di diffondere i concetti simbolo della superficialità occidentale.

La Barbie mostra canoni di bellezza irraggiungibili e stereotipi di donna che non aiutano la tanto desiderata equità di genere. Tutto ciò potrebbe riassumersi nella famosa frase “Sembra una barbie” che di certo non è un complimento, anzi.

Ma è davvero così? Verrebbe da chiedersi. Per tutto questo tempo abbiamo permesso ad un “pezzo di plastica” di scolpire le menti del nostro futuro in modo così magistrale e silenzioso? In realtà, se si osserva a fondo la questione, la verità è un’altra. Barbie è cresciuta, si è trasformata facendosi plasmare – e non plasmando come afferma la “consuetudine” – dai desideri e dalle esigenze del mondo femminile.

 

Origini ed evoluzioni di un’icona

Barbie nasce in America nel 1959 dall’idea di Ruth Handler – moglie di uno dei cofondatori della Mattel – secondo cui nel mercato americano mancasse un modello di bambole che rappresentasse ruoli adulti. Le bambole dell’epoca raffiguravano principalmente neonati da accudire dando ossigeno a quello stereotipo di donna il cui unico destino era quello di prendersi cura della casa e della famiglia.

Barbie, invece, è sempre stato altro, una donna dall’eleganza smisurata, una donna che viaggia, guida, che possiede oggetti di lusso. Un esempio di femminilità che ha fatto uscire le donne dalle quattro mura di casa ma che allo stesso tempo è stato fin da subito criticato perché “eccessivo”. L’azienda si è adattata alle critiche rispondendo ai cambiamenti del tempo e alle nuove esigenze del mondo femminile. Prima sono apparsi modelli più classici di eleganza e successivamente le Barbie lavoratrici.

Le critiche nel tempo si sono spostate poi su altri livelli, dal discorso etnico che ha portato all’inserimento di Barbie afroamericane o ispaniche a quello legato all’aspetto fisico degli ultimi anni. Molte adolescenti non si rispecchiavano più nell’aspetto fisico della Barbie e questo ha spinto la Mattel a rivalutare i canoni di bellezza e introdurre tre nuovi tipi di fisico: “curvy” (formosa), “petite” (minuta) e “tall” (alta).

 

Al passo con i tempi

Con la Barbie, la Mattel ha sempre cercato di rappresentare l’eterogeneità del mondo femminile a partire dai sogni delle donne contemporanee e senza lasciarsi travolgere dalle critiche e dalla paura di cambiare la propria rotta. Quando la Barbie entra in cameretta le bambine abbandonano gli altri giochi basati sulla cura della casa e della famiglia, giochi che imprimono nelle loro menti un destino già scritto, e si proiettano su di lei, su loro stesse.

Capace di stimolare fantasia e ambizione, la Barbie mostra alle donne del futuro che niente per loro è impossibile e che possono far valere la loro intraprendenza. Ne abbiamo la prova con le 180 carriere che negli anni la bambola ha interpretato.

Ha dato voce alle pari opportunità, è stata una donna in evoluzione: attenta alle trasformazioni, al passo con i tempi, una donna capace, abile e… realizzata. Il tutto grazie anche ai nuovi modelli “esteticamente” più realistici, proporzionati e accettati.

 

Un nuovo futuro per Barbie

Non si può quindi pensare a Barbie come un qualcosa di pericoloso. Ha rispettato le differenze di genere, è andata contro i principali stereotipi e nonostante il suo aspetto longilineo fosse funzionale all’attività di svestirla e rivestirla – come sostiene uno dei dirigenti dell’azienda – ha deciso di adattare anche la sua bellezza estetica.

E poi perché pericolosa? Perché in grado di “educare” in modo sbagliato le bambine? Cosa si dovrebbe dire allora dei giochi da maschietto? Pensiamo per un attimo ai soldatini. Di certo non tutti i bambini che ci giocano, da grandi diventano amanti delle armi, della violenza o della guerra. Proprio questo è il punto, l’educazione al rispetto, al rincorrere il successo con le proprie forze e impegno, al piacersi nasce in altri ambienti come la famiglia o la scuola non certo grazie (o a causa, volendo parlare di esempi negativi) a un giocattolo.

Questo è un errore che si fa molto spesso, anche in altri contesti come quello dei videogiochi oppure del cinema (pensiamo alle serie tv criminali ree di inculcare la passione e l’immedesimazione dei ragazzi in personaggi estremamente negativi). Barbie non è niente di tutto questo, Barbie è un gioco e come gioco fa parte del nostro essere.

 

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Gli scacchi: il percorso verso lo status di “disciplina olimpica”

scacchi disciplina olimpica

Gli scacchi, sport della mente per eccellenza, stanno da tempo inseguendo l’obiettivo di diventare a tutti gli effetti uno sport olimpico.

Da tempo il mondo degli scacchi organizza autonomamente delle olimpiadi rivolte ai propri giocatori e al pubblico degli appassionati. In particolar modo, le versioni rapid (variante a tempo del gioco degli scacchi in cui ogni giocatore ha a disposizione un tempo che va da dieci a massimo sessanta minuti per finire la partita) e blitz (dove di solito il tempo massimo concesso a ciascun giocatore è di dieci minuti) sono tra le più gettonate o, in altre parole, le tipologie di competizioni che ottengono più riscontri a livello mediatico (soprattutto televisivo) essendo naturalmente più inclini allo spettacolo e al divertimento.

I numeri degli scacchi sono in continua crescita

Dati e numeri oggettivi, come il numero dei sostenitori e degli appassionati di questo sport che superano i 600 milioni nel mondo, legittimano questo inserimento. Un pubblico che è in continua crescita e vedrebbe di buon grado l’effettivo riconoscimento degli scacchi a disciplina olimpica. Sarebbe possibile, di conseguenza, creare un affascinante ecosistema che coinvolgerebbe diverse voci e darebbe risultati positivi in termini di visibilità e di crescita (ovvero di marketing e di comunicazione) di questo sport.

Per di più, esiste un precedente storico indubbiamente incoraggiante. Nel 1924 il comitato olimpico fece disputare un torneo di scacchi internazionale nella capitale francese, a Parigi, dove 55 giocatori provenienti da 18 paesi differenti si sfidarono in una serie di partite entusiasmanti e dall’alto coefficiente di difficoltà, mettendo in un campo una serie di tecniche e metodologie di gioco che, nell’occasione, affascinarono il pubblico mondiale.

L’integrazione di questo sport nella cerchia di quelli più importanti a livello internazionale rappresenterebbe, a cascata, una vera e propria affermazione delle discipline della mente a livello mondiale, agevolando il percorso di riconoscimento di altre attività simili come il poker o la dama e i videogiochi elettronici competitivi, gli eSports.

Dalla serie Netflix al cambiamento semantico del termine “Nerd”

I tempi sono maturi anche a livello ideologico e mediatico. Netflix, il colosso dello streaming, ha recentemente prodotto e presentato una nuova miniserie drammatica (creata da Scott Frank e Allan Scott) incentrata sulla vita di una bambina prodigio (e sul suo percorso di crescita personale e professionale) che insegue il sogno e l’obiettivo di diventare gran maestro degli scacchi. Una legittimazione che arriva quindi anche dal vasto mondo televisivo e cinematografico, che spesso tra i primi ha affrontato temi marginali e di nicchia, conferendogli un’importanza e una rilevanza senza precedenti.

In più, diventa obsoleto anche il significato legato al termine “nerd”, che spesso etichetta gli appassionati di questo sport e, in generale, delle discipline mentali. Questa parola ha cambiato completamente significato e dall’associazione poco positiva che a livello semantico contraddistingueva un certo tipo di persone e personalità, oggi essere “nerd” è un valore aggiunto e un appellativo di cui andare fieri. Un’associazione che esalta le capacità intellettive e mentali di un individuo e indica una passione molto forte per un argomento: in questo caso gli scacchi.

I punti di contatto tra gli scacchi e le attuali discipline olimpiche

Sono molte le peculiarità che il gioco degli scacchi possiede e che sono simili alle caratteristiche intrinseche delle discipline olimpiche. Il raggiungimento del livello professionistico corre su due binari che non sono infinitamente paralleli, ma si incontrano in punti di contatto e affinità che contribuiscono a legittimare pienamente le prime.

Se non si può naturalmente parlare di una somiglianza negli allenamenti e nella preparazione a livello fisico (per quanto anche questo sia oggetto di discussione, in quanto un esercizio fisico costante aiuta la persona a sentirsi bene con sé stessa, facendo sì che migliori il sistema nel suo complesso), il training e le attività mentali sono spesso superiori a quelle delle discipline olimpiche.

Ore e ore di esercitazioni, prove, addestramenti e simulazioni di situazioni di gioco sono il pane quotidiano di un giocatore professionista. L’intelligenza, lo studio costante, l’analisi dettagliata, l’abilità mentale, la rapidità di calcolo, di lettura, la lucidità di pensiero, la freddezza sono tutte peculiarità nobili che non sempre si acquisiscono fin dalla nascita; anzi, spesso vengono raggiunte con la costanza e la perseveranza. E, punto a favore, sono tutte caratteristiche che posseggono gli sport olimpici.

E allora, perché non equiparare le abilità della mente a quelle del corpo? Perché non assecondare una tendenza in atto nella contemporaneità che eleva sempre più lo spirito, la mente e l’affermazione dell’intelligenza e della capacità critica e mentale come fattori propulsivi e fattori guida per il presente e il futuro? I tempi sono maturi per un importante cambiamento di cui le istituzioni preposte possono rendersi protagoniste.

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