Il fascino senza tempo delle sale giochi

sala gioco

Le sale giochi hanno rappresentato per moltissimo tempo il luogo dei sogni di tante persone, specialmente ragazzi e ragazze, che in quell’ambiente hanno sviluppato una passione condivisa per il gioco.

Oggi, a causa soprattutto del lockdown e della ormai reiterata chiusura del settore e delle sale giochi, queste ultime sembrano aver perso il loro fascino senza tempo, il loro ruolo simbolico. A ciò si aggiungono gli investimenti sempre maggiori nel gaming online, nei videogiochi e in tutte quelle applicazioni collegate che è possibile utilizzare comodamente da casa. È oggi possibile recuperare una centralità di questo fenomeno? Se sì, in che forma?

 

Quando nascono le sale giochi

Le sale giochi sono un fenomeno relativamente recente. I primi rudimentali giochi arcade, come macchinette e flipper, nascono negli anni ‘30, ma appassionano solamente una piccola parte della popolazione. Negli anni ‘50, nel pieno della guerra fredda e dei primi sviluppi informatici, ne vengono creati alcuni allo scopo di testare il livello di intelligenza dei computer.

Poi, dagli anni ‘70, inizia l’epopea dei videogiochi con i cabinati a moneta e il mito delle sale giochi: nascono colossi come Pacman (Namco) e Space Invaders (Taito), a cui presto se ne aggiungono moltissimi altri. Questi apparecchi dai colori sgargianti e dalle mille varietà sembravano, all’epoca, dei veri e propri miracoli tecnologici. Oggetti diventati poi di culto e che hanno attratto diverse generazioni e tantissime persone.

Sono gli Stati Uniti a poter essere considerati i padri fondatori dei videogiochi con ATARI e Pong, ma è in Giappone che il fenomeno delle sale giochi si è sviluppato più che in altri paesi (fino circa agli anni 2000, quando la tecnologia occidentale supera in attrattività quella nipponica). Si pensi ai grandi nomi degli anni ‘80, come Nintendo e Sega, tra le aziende più importanti del mondo videoludico. 

Tra la fine del ventesimo secolo e l’inizio dei 2000, le sale giochi hanno vissuto un boom incredibile grazie all’avvento di nuove tecnologie e all’evoluzione dei giochi più tradizionali proposti in nuove versioni.

 

Dalle sale giochi ai videogiochi online

Un boom che si è arrestato solo con lo sviluppo di più sofisticati sistemi videoludici, come gli attuali videogiochi, ormai prodotti culturali di primissimo rilievo, e tutti gli altri dispositivi disponibili a casa, che, grazie agli enormi passi avanti fatti dalle reti e dalle connessioni domestiche, facilitano e trasformano la maggior parte delle nostre attività quotidiane.

Il gaming oggi è diventato una vera e propria industria che sfiora i 100 miliardi di dollari in tutto il mondo, e che grazie all’emergenza epidemiologia che ha costretto le persone a restare nelle proprie abitazioni, sta continuando a crescere con numeri vertiginosi.

Si pensi ad esempio agli eSports, le competizioni di videogiochi a livello professionistico, un settore sempre più in crescita, che da nicchia riservata e seguita da pochi appassionati si è trasformato in un’industria seguita da decine di milioni di persone in tutto il mondo. Un universo soggetto a continui investimenti, e che potrebbe essere la strada per nuove interessanti opportunità di business.

 

Recuperare la socialità grazie alle sale gioco

La pandemia ha praticamente ridotto a zero la socialità delle persone. Nell’ultimo anno sono stati vietati la maggior parte dei contatti sociali a causa di una serie di provvedimenti volti a contenere la diffusione del COVID-19, i quali però, contestualmente, hanno accentuato l’individualità e la solitudine delle persone.

Ma gli investimenti nel settore del gioco, come detto, sono aumentati e riguardano anche gli stessi apparecchi del gioco pubblico legale, come le slot machine e le Vlt, che a dispetto della chiusura hanno beneficiato negli ultimi anni di importanti evoluzioni tecnologiche.

E se proprio le sale gioco, ormai da tempo dimenticate, si rendessero promotrici, una volta finita l’emergenza sanitaria, di un recupero importante della socialità? Se proprio esse, luoghi dei sogni degli adolescenti della seconda metà del Novecento, ridiventassero una delle mete più gettonate per costruire relazioni e amicizie?

Questo sarebbe possibile in una forma moderna e in una forma classica delle sale gioco. Per quanto riguarda la prima, esistono oggi dei “centri gioco” che aiutano le persone a diventare bravi giocatori nei videogiochi, formandoli come futuri partecipanti di eSports. Delle strutture che cavalcano in pieno i trend del momento e che potrebbero definitivamente esplodere alla fine delle restrizioni.

Una seconda via riguarda invece le sale da gioco vintage che potrebbero riportare gli adulti in un nostalgico passato, rivivendo gli anni più amati della loro adolescenza e non solo. Per non dimenticare, poi, l’apertura delle attuali sale del gioco pubblico legale che permetterebbero a moltissime persone di tornare a vivere una passione che, da sempre, è insita nella stessa natura dell’essere umano.

Insomma, una spinta alla socialità e una potenziale occasione per recuperare la possibilità di seguire liberamente e in compagnia il gioco, una passione che condividono milioni di persone. Una prospettiva in cui le sale gioco potrebbero avere un ruolo di assoluto rilievo.

 

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L’azzardo: le lontane origini di un gioco… “attuale”!

origini del gioco

A differenza di quanto si possa immaginare l’azzardo ha radici e origini molto antiche. Le sue prime tracce risalgono, infatti, a migliaia di anni fa.

Quando guardiamo al gioco d’azzardo ci vengono subito in mente i tavoli verdi, le ruote numerate che girano, carte, fiches e sale da gioco dove l’odore di adrenalina per la vincita si percepisce ancor prima di entrare.

Le origini lontane del gioco d’azzardo

C’è da dire però una cosa, quella del gioco d’azzardo non va considerata proprio come una passione ma piuttosto come un elemento ben radicato nella cultura dell’essere umano, una vera tradizione millenaria. Sì, millenaria perché l’uomo ama giocare d’azzardo praticamente da sempre.

I giochi d’azzardo sono tra i più vecchi del mondo, pensiamo all’antica Cina dove sono stati ritrovati rudimentali giochi d’azzardo su piastrello o l’Egitto dove, invece, sono stati rinvenuti i dadi più antichi, almeno quelli conosciuti finora.

…l’antica Roma…

Per non parlare dell’antica Roma dove solo il detto Panem et Circenses dovrebbe rendere l’idea dell’importanza che il gioco d’azzardo avesse per i Romani. Come dimostrano alcune scene dipinte su ceramiche, si scommetteva sui combattimenti di animali – tra l’altro spesso allevati solo per questo scopo – si scommetteva ovviamente sulla lotta dei gladiatori o sulla corsa dei carri.

Si giocava a navia aut capita (antenato del nostro testa o croce) o alle tesserae (i dadi attuali). I luoghi del divertimento erano le case private, i retrobottega delle osterie e infine le Taberne Lusoriae, veri e propri casinò.

…la “recente” Italia

Al di là dell’antica Roma, in Italia si fa tradizionalmente risalire la diffusione del gioco d’azzardo al Cinquecento e nello specifico a Venezia dove è solo nel diciassettesimo secolo che nacquero le prime case da gioco. Si ricorda, per esempio, il “Ridotto” (1638), sala da gioco molto controllata dove passarono personaggi del calibro di Carlo Goldoni e Giacomo Casanova. Nel ventesimo secolo sorsero, invece, i casinò ancora oggi teatro di grandi battaglie a “colpi di carte”. Tra questi il casinò di Sanremo, quello di Campione d’Italia e quello di Saint Vincent.

La liberalizzazione e la critica

Il gioco d’azzardo, seppur esista praticamente da sempre, non è mai stato accolto positivamente. Spesso bandito, in Italia ha percorso la strada verso la liberalizzazione con molta fatica. Un cammino tortuoso caratterizzato da continui scontri con la critica che lo ha sempre considerato come un qualcosa di rischioso per le persone e la società.

Fino ai primi anni del Novecento il gioco era considerato – anche dallo Stato – come un disvalore e solo dal dopoguerra vennero rilasciate le prime concessioni (lotterie, casinò, totocalcio). La crisi economica degli anni ‘90, però, evidenziando l’utilità collettiva che il gioco avrebbe potuto avere per il paese, ne favorì la graduale deregolamentazione. In questo modo lo Stato ha potuto rimpinguare la sue casse sfruttando gli introiti provenienti dal settore.

Allo stesso tempo, però, il gioco ha visto entrare nel suo spettro due grandi mali che quotidianamente lo Stato e le associazioni di settore cercano di combattere: la criminalità organizzata che ha visto nel gioco enormi potenzialità economiche e l’emergere di patologie legate alla dipendenza. Aspetti questi che continuano ad essere il motore della critica al gioco e delle costanti richieste di limitazione dell’offerta.

Una nuova visione del gioco

Ma se ci si limita a questo si rischia di andare fuori strada. Non si vuole certo negare l’esistenza del gioco illegale né tantomeno il rischio legato alle patologie, ma il gioco non è soltanto questo. Esiste da sempre, è nella natura dell’essere umano e per onestà intellettuale bisogna ammettere che nessuno gioca per rovinarsi la vita. Si gioca per divertimento, per evadere anche solo per un attimo dalla quotidianità, per provare quel pizzico di adrenalina che soltanto il gioco – o anche lo sport in certi casi – può regalare.

Il gioco continuerà ad esserci, non perderà il suo fascino e quindi sarebbe ora di smettere di vederlo come un mostro malvagio e pericoloso ma piuttosto come un qualcosa che fa parte della nostra cultura e tradizione. Bisogna essere attenti alle sue evoluzioni – basti pensare alle nuove tecnologie e ad internet che consentono di giocare online da casa senza doversi spostare – proteggendo la legalità e il gioco sicuro perché soltanto in questo modo si può evitare la diffusione del vero male: la criminalità e il gioco patologico. E allo stesso tempo trarre tutto il beneficio che il gioco ci può dare: divertimento, soldi per chi è più bravo e fortunato e denaro per lo Stato, che poi… è denaro di tutti.

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Il gioco, un bisogno innato dell’essere umano

gioco bisogno dell'essere umano

Da quando se ne ha memoria, il gioco è un’attività che l’uomo pratica in modo naturale e spontaneo, fin dai primi mesi di vita, come un qualcosa di intimamente connaturato alla sua stessa esistenza.

Perché allora, nell’età adulta, si cerca in tutti i modi di allontanare il gioco dalla quotidianità, di distanziare nettamente le attività ludiche dagli obblighi della vita di tutti i giorni? Il gioco e gli impegni non possono naturalmente coesistere e, potenzialmente, valorizzarsi a vicenda? D’altronde non è un caso che ultimamente il gioco stia recuperando uno spazio sempre più centrale per le persone. In questo articolo vi spieghiamo il perché.

Che cos’è il gioco?

Innanzitutto, che cos’è il gioco? Se ne sono date molte di definizioni e tutte, per un verso o per un altro, accettabili o meno. Fondamentalmente, il gioco è un’azione, un’attività di intrattenimento, svolta in singolo o con più persone, regolata da un insieme di norme prestabilite e che presuppone il raggiungimento di un obiettivo dato.

Da questa macro-definizione di base se ne sono poi aggiunte altre, come quelle che esplicitano una particolare categoria, come ad esempio i giochi di abilità, logica, strategici, simulativi, d’azione, d’avventura, digitali.

Ogni gioco, per quanto diverso dall’altro, possiede una propria grammatica interna, una sua struttura portante e una serie di elementi peculiari (e allo stesso tempo universali e comuni agli altri) che dialogano tra loro e contribuiscono a definirne la natura: punteggi, oggetti, ruoli delle persone, spazi.

Senza ombra di dubbio il gioco è anche un fenomeno sociale e culturale, date le sue evidenti funzioni nello sviluppo e nella crescita di ogni bambino e data la sua utilità nella vita adolescenziale e poi adulta.

 

Il gioco: un’attività fondamentale quando si è bambini

L’essere umano gioca fin da bambino. Da sempre, il gioco è il principale strumento, la più importante attività che accompagna la crescita e lo sviluppo. Esso è essenziale per stimolare funzioni di tipo motorio, intellettivo, comunicativo, emotivo e, di conseguenza, funzioni sociali e culturali.

Quando il bambino gioca, da solo o con altri, impara una serie di regole della vita umana che non può apprendere in nessun altro modo. Ecco uno dei motivi per il quale il gioco è un’attività, per così dire, vitale e ha un ruolo educativo e formativo così fondamentale.

È interscambio di cultura, tramite il quale si apprende il linguaggio e gli elementi dell’immaginario collettivo di una data configurazione culturale. Si pensi ad esempio ai primi giochi in strada, ai primi contatti sociali, ai primi nascondini, ai primi calci ad un pallone su un vecchio campo di periferia. Grazie al gioco si stimola anche la creatività, la fantasia, il pensiero, l’intuizione.

Il gioco è dunque un veicolo di valori, aiuta a interiorizzarli, risponde a bisogni spesso impliciti e psicologici dell’essere umano, come la definizione del proprio essere e del mondo che ci circonda, anche in relazione agli altri: attraverso il gioco si conosce e si sperimenta il mondo.

 

Non smettere mai di giocare

Se nei nostri primi anni di vita il gioco assolve moltissime funzioni utili allo sviluppo e alla crescita, da adulti esso ci aiuta a farci evadere dalla quotidianità, a regalarci momenti di svago, di rilassamento e di leggerezza, sempre più utili in un mondo che corre ad estrema velocità e dove è raro trovare dei momenti per sé.

Inoltre, la legittimazione del gioco si fa sempre più crescente in contesti tra loro spesso lontani. Se ne parla sempre di più e lo si declina in modi differenti e originali, con forme, contenuti e prospettive inedite. Più spesso si sente parlare di business game, di gioco utile all’apprendimento, di eSports. Tutti settori che fino a poco tempo fa rappresentavano delle nicchie rivolte solo ai più appassionati e ora sono dei veri e propri ecosistemi in espansione.

Che si tratta di giochi di questi tipo, o di gioco pubblico legale, (cioè tutto il settore relativo ad esempio alle scommesse, alle slot machine, al bingo, troppo spesso oggetto di marcati pregiudizi ideologici che non trovano riscontro nella realtà) è importante lasciar entrare il gioco nella propria vita, trovandogli un giusto equilibrio con le altre attività e gli altri impegni.

Esso, come si è visto, porta con sé degli enormi benefici che contribuiscono a migliorare la quotidianità, il rapporto con se stessi e con gli altri (a dispetto di chi fa di tutto per screditarlo, formulando opinioni infondate sull’argomento, e che fa del rigore e della serietà il proprio e unico valore guida).

Un elemento, quindi, quello del gioco, che non deve essere confinato soltanto ai primi anni di vita, nella sola fase della crescita e dello sviluppo, ma deve essere valorizzato e integrato anche in tutti gli altri periodi dell’esistenza, con l’obiettivo di contribuire a una sua legittimazione sociale e culturale finalmente definitiva.

 

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La Lotteria degli scontrini e il “riscatto” del gioco pubblico

lotteria degli scontrini

Da gennaio, a meno di nuove deroghe, partirà finalmente la lotteria degli scontrini, uno strumento che offre la possibilità ai consumatori di vincere premi in denaro, previa la richiesta dello scontrino al negoziante.

La lotteria degli scontrini è un’iniziativa portata avanti dal Governo in questo 2020, anno caratterizzato dalle drammatiche conseguenze, economiche e sociali, causate dalla pandemia di Coronavirus. Con questa lotteria l’obiettivo quello di ridurre l’evasione fiscale grazie anche al supporto dei cittadini che si troverebbero a “combattere” in prima linea.

Detta così sembrerebbe una strategia messa in atto per “vincere una guerra”, ma in realtà si tratta di un modo “creativo” e sano per incentivare il più possibile la legalità, che tra i tanti impegni che un governo deve portare avanti durante il suo operato, sembra quello più difficile da affrontare poiché sempre dietro l’angolo.

 

Come funziona la lotteria degli scontrini?

 

Partecipare alla lotteria degli scontrini è molto semplice ed è gratuito. Per prima cosa bisogna registrarsi sul sito www.lotteriadegliscontrini.gov.it inserendo il proprio codice fiscale. Terminata questa procedura si otterrà il proprio “codice lotteria”, che è in formato alfanumerico e codice a barre, da stampare o scaricare sul proprio telefono e da presentare in cassa al momento del pagamento.

Questa lotteria è dedicata esclusivamente agli acquisti fisici fatti con moneta elettronica e per ogni euro speso, il cliente riceverà un biglietto virtuale – fino a un massimo di 1000 biglietti per spese di importo pari o superiore a 1000 euro – con cui potrà partecipare alle diverse estrazioni: annuali, mensili e settimanali.

 

Una nuova prospettiva per la legalità…

 

Dobbiamo dire la verità: non sarebbe dovuta servire la lotteria degli scontrini per combattere l’evasione, ma come per ogni altro crimine si giustifica la presenza di controlli, pene e strumenti per combatterli, così l’evasione fiscale può “giustificare” la scelta di questa proposta.

Quella della lotteria degli scontrini è un’iniziativa che può avere, quindi, anche importanti risvolti sociali, oltre all’evidente vantaggio economico per i cittadini fortunati che vincono l’estrazione; vantaggi economici che in realtà possono interessare anche gli esercenti che aderiscono all’iniziativa.

Incentivare il cittadino a chiedere lo scontrino significa eliminare quella paura di essere “aggrediti”, anche con un semplice sguardo, per una domanda che non dovrebbe esser posta perché lo scontrino rappresenta una tassa e le tasse, si sa, sono un dovere con dei risvolti positivi per tutti i cittadini, nessuno escluso.

Sensibilizzare i cittadini alla legalità concedendo loro un maggior potere d’acquisto per aver fatto il proprio dovere e considerarli, allo stesso tempo, il motore dell’economia del paese. Aumenterebbero gli acquisti che diventerebbero sempre meno “abitudinari” o “anonimi” perché caratterizzati dall’adrenalina e dal brivido propri delle situazioni di gioco.

 

…e per il gioco pubblico

 

Si può dire, infine, che questa lotteria mette in evidenza una cosa fondamentale: quell’esigenza – o piacere per meglio dire – insita nell’essere umano di giocare e provare il brivido del rischio e l’adrenalina della vittoria.

Il piacere del gioco, come sappiamo, nasce da lontano per un bisogno di evasione dalla quotidianità, per motivi legati allo svago o semplicemente per passione. Un qualcosa, quindi, difficile da sradicare.

Il ruolo della lotteria degli scontrini? La concreta possibilità di contribuire al rafforzamento del ruolo dell’intero comparto del gioco pubblico, quello legale, che appunto risponde all’esigenza di giocare delle persone e, allo stesso tempo, rappresenta la fonte della legalità.

Quindi ben venga questa iniziativa ma ben venga soprattutto quel cambio di prospettiva tanto auspicato rispetto al pensiero comune che da sempre vede il gioco pubblico come un qualcosa di inutile e pericoloso per le tasche e per la salute delle persone.

 

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Il business game: l’innovativo formato per il recruiting

business game

I business game, gli innovativi esperimenti di simulazione manageriale, sono sempre più usati dalle imprese come format per il recruiting, rendendo il gioco un elemento centrale di importanti dinamiche aziendali.

In molti si schierano a favore di questi strumenti, sostenendo una loro utilità pratica e imprenditoriale. Un’implicita legittimazione anche del gioco che, in maniera sempre più integrata e sinergica, si affaccia e si mescola (in forme e contenuti diversi) a tanti campi e settori, conferendo a quello specifico sistema un autentico valore aggiunto. Il business game, infatti, è solo l’ultimo degli esempi che vedono sempre più il gioco, le sue peculiarità e le sue dinamiche legarsi a fenomeni apparentemente lontani, dando vita a delle interconnessioni di qualità che costituiscono le basi di inediti e originali approcci analitici, strategici e operativi.

Che cos’è un business game

Il business game è, nel dettaglio, uno strumento che permette di simulare una competizione manageriale sulla base di un caso reale, dove i partecipanti (che prendono parte alla simulazione sia in singolo che in squadra) competono per ideare, sviluppare, costruire e presentare la migliore idea, soluzione, progetto di business. Le tematiche sono legate soprattutto al mondo dell’economia, delle start-up, dell’industria, del management, dello sviluppo terziario e, naturalmente, alla macro-area del mondo digitale.

 

Il business game: i vantaggi di questo approccio

Il business game permette di portare alla luce abilità, predisposizioni, talenti, dinamiche concrete di problem solving, capacità di adattamento, proattività, creatività. Esso rappresenta un autentico banco di prova nei confronti di potenziali candidati per una posizione lavorativa. Attraverso le attività in cui le persone sono coinvolte, infatti, il management riesce a studiare e a osservare nel dettaglio come un individuo si comporta in determinate situazioni (ideali o di stress), testando le sue attitudini, le risposte, le soft skills e tutti quegli elementi indispensabili nel mondo del lavoro. Questi test e sfide sotto forma di gioco, inoltre, permettono alle aziende di instaurare una relazione più informale e naturale con i candidati, che non si sentono schiacciati dalla pressione di un contesto formale e riescono ad esprimere al meglio tutte le loro potenzialità.

 

La sempre più ampia legittimazione del gioco

Il gioco, insieme ai suoi aspetti distintivi e alle sue caratteristiche, dunque, viene sempre più legittimato in altre sfere e ambiti della quotidianità, che qualche tempo fa venivano percepiti sensibilmente distanti e lontani. A dispetto degli scettici e di chi ancora non crede nelle potenzialità di questo fenomeno, non si fa fatica a capirne il perché.

Esso riesce a coinvolgere le persone in maniera empatica, rilassata e divertente, permettendo di bypassare tutte quelle barriere sociali che una persona implicitamente crea nel rapporto con gli altri e nell’approccio a situazioni sconosciute e formali. Tramite i suoi meccanismi come l’interattività, il gioco di squadra, la competitività e l’engagement, il gioco diventa la formula perfetta per coniugare un argomento serio e un approccio creativo, moderno, lungimirante. Lo si è visto anche nel campo dell’istruzione e nei vantaggi che si hanno nell’usare il gioco come forma di apprendimento che stimola l’assorbimento di concetti in maniera interattiva e creativa.

 

Il gioco, un punto verso le generazioni più giovani

Il gioco è un fenomeno molto radicato tra le generazioni più giovani (come la generazione Z). Le persone che appartengono a questa categorie nascono spesso a contatto con le più moderne tecnologie, pc, console, videogiochi. Gli approcci lavorativi di questi ragazzi e ragazze sono molto diversi da quelli degli attuali adulti. Quando l’azienda o il brand usa i loro stessi linguaggi e codici riesce a instaurare una comunicazione più naturale spontanea, ponendosi su un piano comune: un gesto che viene genuinamente apprezzato.

Ecco perché il business game è uno strumento che sempre più imprese prendono in seria considerazione per il recruiting. Creare un ponte con una generazione che è cresciuta di pari passo con l’evoluzione tecnologica, il mondo videoludico, l’universo sempre più vasto e articolato degli esports rappresenta un saggio e oculato investimento nel futuro e, al tempo stesso, nel presente.

Un approccio innovativo grazie al quale le persone possono vivere delle esperienze gratificanti, partecipative e di alto valore percepito, sviluppando con il brand e con l’azienda stessa una relazione positiva e di lungo periodo.

 

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Il gioco nella provincia: attività oziosa o libertà di espressione?

gioco pubblico provincia

Il gioco pubblico legale non ha mai goduto di una reputazione positiva. In particolar modo nelle zone di provincia del nostro Paese. Ma quanto sono fondate queste considerazioni? È davvero così?

Oltre ai consueti pregiudizi che esistono nei confronti dell’intero settore del gioco pubblico e di tutti gli elementi che lo riguardano (come sale gioco, slot machine, lotterie, scommesse, poker), il pensiero comune è che, per sopportare la noia e la vita abitudinaria di un piccolo paese di provincia, le persone si lasciano andare rovinosamente al gioco, imboccando una direzione pericolosa e moralmente, da sempre, denigrata.

Ma queste illazioni sono dimostrate o dimostrabili? Quali possono essere le reali motivazioni che spingono una persona a giocare? La questione è più eterogenea e articolata di quel che si pensa e necessita di un approfondimento mirato.

 

La frenetica vita della città

Fin da quando se ne ha memoria, la vita nei piccoli e medi paesi della provincia Italiana è molto diversa da quella delle città. Abitudini diverse, ritmi frenetici, corse quotidiane, ostacoli, ripetuti impegni, imprevisti scandiscono lo scorrere della vita nelle metropoli come un orologio impostato alla massima velocità. In questi spazi non rimane il tempo di fermarsi a pensare: tutto è così veloce da non lasciare il tempo di riflettere su ciò che succede nel mondo, su ciò che succede negli ecosistemi che viviamo. Un caffè al volo la mattina, una pausa pranzo veloce e via di nuovo nel caos frenetico dei movimenti della folla.

Una corsa all’oro fermata, solo per il momento, da una pandemia mondiale che ha spezzato la regolarità della nostra velocità.

 

La provincia e il ritorno a una vita più lenta

La provincia, per molti versi, si posiziona nell’angolo opposto. Rappresenta il rientro di molti lavoratori, lo spazio desiderato di chi sogna una vita tranquilla e lontana dal caos quotidiano delle metropoli e il rifugio sicuro di chi ama godersi i momenti. Nella provincia, infatti, sono molto più frequenti le occasioni di distrazione e di rilassatezza, come può essere quella del gioco pubblico. Nonostante la funzione evasiva del gioco, il comparto del gioco pubblico viene da sempre etichettato come un male da estirpare e come la rovina di molte famiglie e persone perbene che, bloccate in un vortice di dipendenza, finiscono per distruggere la propria vita e quella dei propri cari.

In provincia, si dice, è facile lasciarsi andare, trasformare un semplice hobby in una dipendenza per spezzare la monotonia e la noia della quotidianità. E se invece si guardasse il fenomeno da una prospettiva diversa? Se guardassimo il tempo investito negli hobby e nel gioco come una possibilità per mettere veramente sé stessi al centro della propria vita e dedicarsi alle attività che più ci piacciono?

 

La prospettiva slow: il recupero di una lentezza ormai perduta

La prospettiva di un approccio più slow è nata ormai diversi anni fa e ha influenzato molti ambiti della vita quotidiana. Si parla, per esempio, di slow food, una prospettiva che mira a preservare le cucine regionali e tradizionali (magari utilizzando coltivazioni a chilometro zero), e a legare nuovamente il concetto di cibo allo stare in compagnia, rievocando i tempi passati e contrapponendosi alla cultura (ormai ampiamente diffusa nella nostra società) dello junk food e della più ampia categoria dello street food. Si parla di slow travel, un movimento che cerca di incoraggiare la piena integrazione del viaggiatore nella vita “locale”, meta del suo viaggio, attraverso un’immersione più profonda possibile nelle tradizioni e negli usi della zona; di slow education, che sta a significare un apprendimento dello studente lento e misurato ai vari saperi della vita; di slow cities, un’impostazione delle città che punta a favorire ritmi normali meno frenetici di quelli attuali.

 

Il gioco pubblico come elemento slow ed elemento per esprimere sé stessi

Questo recupero della lentezza si tramuta in una quotidianità vissuta a ritmi adatti all’orologio biologico e fisiologico dell’uomo. Nella provincia, questo tipo di vita non è un’utopia come può esserlo nella città, ma una concreta possibilità. Mantenendosi a distanza dagli innumerevoli impegni che scandiscono i minuti e le ore della giornata metropolitana, in provincia una persona ha spesso l’occasione di dedicarsi, nel tempo libero, a tutte quelle attività da sempre desiderate che, per un motivo o l’altro, sono state continuamente rimandate e posticipate. L’artigianato, il fai da te, il giardinaggio, il modellismo, i videogiochi, gli sport della mente come gli scacchi e molte altre ancora.

Tra queste c’è sicuramente il gioco pubblico, che ricordiamo essere spesso additato come uno dei mali della società ma che invece per molti rappresenta una ricerca di sollievo, di benessere, una distrazione dalle fatiche quotidiane e una passione che ognuno ha il diritto di poter coltivare. In più il mito metropolitano del gioco d’azzardo come rovina è empiricamente infondato: nessuno gioca per rovinarsi economicamente.

Esiste un gioco pubblico, libero e legale proprio per evitare che l’assenza di regole prenda il sopravvento generando rischi per la salute dei giocatori stessi sicuramente da proteggere. Un gioco che rappresenta, per gli appassionati, una via d’uscita dallo stress della quotidianità e una vera e propria libertà di espressione, distante dalle critiche e dai pregiudizi offuscati del “pensiero comune”.

Si parla sempre di libertà dell’uomo e di diritti della persona, di tutte le persone, in maniera sempre più forte: sarebbe ora di smettere di criticare le azioni degli altri, e di incoraggiare invece a perseguire ciò che ci rende veramente noi stessi.

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Professionisti in fuga

poker professionisti in fuga

Sono tanti i giocatori di Poker professionisti che si sono trasferiti all’estero per continuare a praticare la loro professione con maggiore libertà e con più opportunità di crescita.

Una volta si parlava di fuga di cervelli – medici o ingegneri per esempio – che scappavano dall’Italia per “trovare fortuna” o meglio realizzarsi professionalmente, cosa difficilmente possibile nel nostro paese. Ora invece, anche se il fenomeno non è recentissimo ma sembra esserlo perché non fa notizia e perché di nicchia, c’è la fuga di altri cervelli… cervelli non considerati come tali, emarginati e incompresi: i giocatori di poker professionisti.

Si tratta di persone che fanno di questo gioco la loro professione. Un gioco che nella maggior parte dei casi viene scoperto da bambini o poco più, durante le feste natalizie con i parenti e praticato saltuariamente da ragazzi (o da adulti) con gli amici per passare una serata insieme diversa dalle altre.

Questa è la consuetudine, bene o male tutti conoscono il poker, perfino chi non lo annovera tra i suoi giochi preferiti neanche durante quell’unico giorno dell’anno, il Natale, in cui è “doveroso” giocare oltre che mangiare.

Una professione impegnativa

In questa consuetudine però, c’è qualcuno che ha approfondito la questione a partire dalle emozioni sane che nascono durante il gioco, ha iniziato ad appassionarsi sempre di più, a studiarlo, praticarlo e… vincere. Da lì un circolo virtuoso: studio, pratica, vittoria finché si capisce che la strada per il professionismo è possibile da intraprendere ma soprattutto è quella che si vuole intraprendere. 

Così nasce la vita di un professionista di poker. Una vita che oltre allo studio e al sacrificio consente di viaggiare, conoscere persone e posti nuovi e di avere uno stile di vita sopra la media.

Non è però tutto oro quello che luccica, il gioco del poker è un gioco ad alta varianza e i risultati si ottengono nel lungo periodo a differenza di quanto si possa pensare. Questo significa che possono arrivare periodi bui, in cui si investe tempo e denaro ma non ci sono ritorni economici perché non si vince. È proprio in questi momenti in cui la tenacia, la perseveranza, la gestione delle emozioni fanno la differenza per un giocatore professionista e vincente.

 

Perché si fugge all’estero?

Tornando alla fuga dei cervelli, i professionisti di poker che optano per il trasferimento in altri paesi, lo fanno per diverse ragioni che si appoggiano su un unico filo conduttore: la scelta del nostro paese di “distruggere”, in modo più o meno consapevole, il poker italiano.

Partiamo da un esempio. Ogni anno in america si giocano i campionati del mondo di poker e tra i tanti tornei ce n’è uno che se vinto consente di rimanere nella storia del poker (oltre a vincere una discreta somma). Lo scorso anno, un giocatore italiano professionista (Dario Sammartino n.d.r.) ha sfiorato la vittoria arrivando secondo e vincendo 6 milioni di dollari.

Cosa c’entra questo con la fuga all’estero? Dario non è residente in Italia e qualora lo fosse stato avrebbe dovuto versare all’Agenzia delle Entrate oltre 2,5 milioni di dollari solo per quella vincita. Essendo residente in Austria è riuscito ad evitare l’esborso di questa cifra perché altri paesi come appunto l’Austria (oppure Malta e Regno Unito), hanno sistemi fiscali e di tassazione diversi dal nostro, decisamente più snelli e favorevoli ai giocatori di poker.

Con questo esempio vogliamo dire che lo stato italiano, lasciandosi sfuggire talenti come Dario, ha scelto di non fare entrare nelle proprie tasche neanche un dollaro (euro per essere precisi) a causa di una tassazione poco favorevole a chi pratica questo sport. Sia chiaro, i giocatori non vogliono evadere le tasse ma solo contribuire con il giusto. Pertanto, se ci fosse stato un sistema di tassazione più equo i giocatori sarebbero rimasti in Italia contribuendo così all’economia del paese.

 

Liquidità condivisa e assenza di regolamentazioni

Discorso simile vale per il poker online. In questo caso la fuga dipende dalla mancanza di liquidità condivisa (cosa che invece c’è in Francia, Spagna, Portogallo). Nonostante si cerchi di promuoverla dal 2013, i nostri governi non hanno avallato questa possibilità costringendo i player a doversi confrontare tra loro solo a livello nazionale. Ed ecco il perché della fuga all’estero: poter giocare su piattaforme internazionali consente di mettersi alla prova contro i più forti al mondo, crescere, provare a diventare i migliori e perché no… vincere cifre più elevate.

Ridurre il numero di giocatori costretti ad andare via non porterebbe dei vantaggi solo al poker rendendolo più appetibile (garantendogli anche la spettacolarità che possiede, per esempio, in America) ma avrebbe anche effetti sull’economia dell’intero paese. I giocatori, in particolare i professionisti, resterebbero in Italia (o vi farebbero ritorno), si recupererebbe un ottimo contributo in termini di gettito fiscale e girerebbero più soldi nel paese.

Alla tassazione e all’assenza di liquidità condivisa si aggiunge anche l’assenza di regolamentazione del poker live nei casinò o nei circoli. Attualmente sono soltanto 4 i casinò dove si può giocare, ma senza una regolamentazione adeguata che spaventa i giocatori generando un evidente calo della spesa. Non dimentichiamoci poi che l’assenza di regolamentazione non alimenta solo la fuga dei professionisti e la diminuzione della spesa, ma che questa va ad alimentare il gioco illegale e gli interessi della criminalità organizzata. E i danni oltre che per l’erario e per la legalità si riscontrano anche per il lavoro: meno giocatori ci sono meno lavoro si crea per il settore.

 

Inconscio e pregiudizio

C’è un altro aspetto che inconsciamente contribuisce a questa grande fuga: l’opinione pubblica. La maggior parte delle persone quando pensa al poker pensa all’azzardo, alla fortuna, alla dipendenza e tutto ciò che confluisce in un giudizio negativo che non lascia spazio al dialogo e genera soltanto l’emarginazione dei giocatori.

Ma non c’è nient’altro di più sbagliato. Il nostro intento non è quello di invitare le persone a giocare o negare l’esistenza della componente fortuna, ognuno può e deve praticare lo sport che preferisce, quello che vogliamo fare è far comprendere a queste persone cosa c’è veramente dietro questo gioco.

Come detto il poker è studio, pratica, perseveranza ma non solo. Il poker è matematica, psicologia, è saper fare le scelte giuste, approfittarsi delle circostanze, è analisi degli errori, è anche riposo, è ascolto delle proprie sensazioni, gestione dello stress, del tempo e del proprio bankroll (denaro a disposizione). Il giocatore diventa l’azienda di se stesso, che si assume il rischio e sa di dover prendere in considerazione diverse variabili.

In tutto questo c’è anche la fortuna ma conta meno di quanto ci si possa aspettare altrimenti non vincerebbero sempre gli stessi. Bisognerebbe quindi iniziare a cambiare prospettiva, a pensare in modo diverso al poker, a partire dal governo con le regolamentazioni fino ad arrivare alle persone che in realtà non lo conoscono a fondo ma lo giudicano ghettizzando chi lo pratica. Capire quindi che l’azzardo, la fortuna e il pericolo si trovano da tutt’altra parte.

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Gli eSports: da passione “nerd” a sport… olimpico?

universo degli esports

Gli sport elettronici e i videogiochi costituiscono un ecosistema sempre più in espansione, legittimato anche culturalmente, e ambiscono allo status di sport olimpico.

Gli eSports ovvero tutte quelle competizioni in cui vengono giocati videogiochi a livello competitivo e professionistico, sono un settore che, da diversi anni, sta crescendo in maniera vertiginosa.

Una panoramica dell’ecosistema eSports

Da settore di nicchia conosciuto solo dagli appassionati del tema (e spesso etichettato in maniera negativa da chi ne aveva solo una conoscenza e una visione superficiale e distorta, quasi a riflettere le maldisposte e ostili considerazioni che oggi vengono fatte sul comparto del gioco pubblico), oggi il sistema è diventato estremamente ampio e interconnesso, catalizzatore di interessi, voci e aspirazioni diverse.

Sono cresciuti in maniera importante gli investimenti dei brand in questo settore, investimenti provenienti da aziende sia endemiche, cioè in qualche modo legate all’attività del gaming (si pensi per esempio alle componenti di un computer, ai mouse, alle tastiere, alle cuffie audio professionali) che non endemiche (ovvero del settore del lusso, dell’automotive, dell’abbigliamento, del food & beverage). Per sviluppare queste relazioni sono diverse le strategie che vengono messe in atto: si parte dalla semplice sponsorizzazione di eventi e attività legate al gaming, alla creazione di merchandising personalizzato e a tema, dalla condivisione di know how strategico e comunicativo all’ideazione, progettazione e realizzazione congiunta di attività di marketing e comunicazione.

In questa maniera sono cresciuti notevolmente i numeri del settore. Nel 2019, il mercato globale degli eSports ha generato ricavi per più di un miliardo di dollari, con una crescita del 26,7% rispetto all’anno precedente (con proiezioni che sfiorano i 2 miliardi di dollari per il 2022).

 

Una crescita dei videogiochi anche sul piano culturale

Questi risultati – e attenzioni – hanno contribuito a innalzare lo status socio-culturale dell’universo dei videogiochi equiparandolo a quello, più generale, dell’intrattenimento. Insieme a un aumento qualitativo sia del comparto tecnico che di quello narrativo, i videogiochi oggi vengono considerati al pari, ad esempio, di un film o di una serie tv. Non solo, essi hanno dalla loro l’elemento dell’interattività, cardine del significato intrinseco di videogioco. Il giocatore, oltre a fruire di una storia, di una trama particolarmente intensa e sapientemente costruita, interagisce in prima persona con essa e con gli elementi legati ad essa, coinvolgendo più sensi che contribuiscono a creare un’esperienza affascinante e senza precedenti.

Un altro elemento che ha contribuito a questa svolta è stato il cambiamento semantico, nel linguaggio comune, del termine “nerd”. Se prima questa parola identificava le persone impacciate, goffe, insicure, appassionate di videogiochi e di discipline mentali (come gli scacchi o la dama), oggi il termine ha cambiato completamente significato. Oltre a essere connotato positivamente, sta a indicare una persona più intelligente e più brava degli altri, appassionata di un particolare argomento, curiosa e, in determinati contesti, cool. Essere nerd, infatti, oggi significa appartenere a uno stile che è in grado di esprimere pienamente la propria personalità, che nulla ha da invidiare ad altri tipi di caratterizzazioni.

 

L’interesse reciproco tra il comitato olimpico e l’universo degli eSports

Ecco che, sulla base di questi dati e di questi passi in avanti culturali, gli eSports hanno manifestato interesse verso la possibilità di essere inseriti nella prestigiosa categoria di “disciplina olimpica”. Allo stesso modo, il comitato olimpico ha cominciato a prendere in seria considerazione l’eventualità. Infatti, oltre alla notevole crescita dimostrata nell’ultimo periodo (complice anche la difficile situazione legata all’emergenza epidemiologica che ha limitato fortemente gli spostamenti delle persone e agevolato questo settore), esistono altri due punti a favore che contribuiscono a rinforzare questa ipotesi.

Il primo riguarda il target degli eSports, il pubblico che segue le partite dei giocatori in streaming e on demand ed è fortemente interessato all’argomento. Costituito principalmente da giovani e giovanissimi, rappresenta un target molto apprezzato dal comitato olimpico perché si tratta di un pubblico in grado di aumentare in maniera importante il bacino di utenza delle olimpiadi, portando queste discipline che ne fanno parte alla conoscenza di milioni di persone difficilmente raggiungibili in altri modi. In questa prospettiva, l’incorporazione degli eSports nelle categorie olimpiche rappresenterebbe un vero e proprio investimento per il futuro. 

Il secondo è comune agli altri sport della mente e riguarda l’attività mentale che gli eSports richiedono: abilità, lucidità, intelligenza, preparazione allo stress, rapidità di pensiero. Per raggiungere un livello competitivo così alto, i giocatori hanno bisogno di prepararsi tramite intense sessioni di allenamento quotidiane, in parte costituite da esercizio fisico e in parte da training mentale. Non solo, altre affinità e punti di contatto possono essere trovati nello spirito di sacrificio richiesto e nella costanza relativa al perseguimento dei propri obiettivi.

Inoltre, per giocare ad alcuni tipi di videogiochi è necessario creare una squadra. All’allenamento fisico e mentale si aggiunge quindi l’elemento del team, della connessione, dell’alchimia, degli equilibri interni. Una vera e propria palestra che contribuisce a migliorare tutte le soft skills dei vari giocatori.  

I tempi sono maturi per questo cambiamento. Un’innovazione essenziale, richiesta a gran voce da più parti, che è una delle anime principali dello sport.

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Io non gioco d’azzardo, ma gioco

Nella sua biografia-testamento, “La fine è il mio inizio”, Tiziano Terzani – grande reporter italiano del ‘900 e apprezzatissimo scrittore – racconta di quando una volta, trovandosi un po’ in crisi con se stesso, si rifugiò per ore dentro un casinò di Macao per tentar la sorte.

Il suo obiettivo non era rovinarsi, ma piuttosto interrogare la fortuna, capire come essa potesse funzionare, ma anche allontanarsi, cercare un “altrove” dal mondo che lo facesse diventare meno assillato dalla pienezza della sua vita e che lo distraesse, seppure per poco, dalla sua esistenza. 

Terzani non cercava l’azzardo, non tentava di rovinare sé o la sua famiglia, non stava cercando di diventare ricco per risolvere tutti i suoi problemi con la “cura” magica del gioco.

Era solo in cerca di un sollievo.

Cultura della colpa

Oggi il gioco cosiddetto “d’azzardo” (termine piuttosto abusato e che in termini strettamente giuridici indica il solo gioco illegale) è diventato il nuovo capro espiatorio perfetto per gli habituè del senso comune: chi gioca viene visto come una persona moralmente discutibile, legata ad un ceto medio-basso poco acculturato, bigotto e con scarse ambizioni personali. 

Un pregiudizio che fa sorridere: il già citato Terzani era un fine intellettuale e nella nostra storia moderna si parla spesso di circoli in cui il gioco era il piacevole pretesto per intavolare discussioni mirabolanti, imbastire accordi tra uomini – ahimé, la storia non è mai stata per la parità di genere –  d’affari e socializzare.

Prendendo l’esempio di questi circoli, moralmente parlando, in parte è vero: in questi luoghi – privati ed esclusivi – avveniva talvolta che qualcuno si rovinasse. Alexandre Dumas – il padre del romanzo storico francese dell’800 ed autore de’ I Tre Moschettieri e del Il Conte di Montecristo  -, a dispetto della sua fortuna letteraria, dovette vendere il suo castello per debiti, molti dei quali – si narra – accumulati in qualche fumosa ed aristocratica sala da gioco.

Ma questo avveniva per un solo motivo: la totale assenza di regole dettata dal fatto che si trattasse di “circoli privati”, ovvero fuori da qualsiasi giurisdizione e controllo.

La “cultura della colpa”, incollata come carta moschicida all’idea stessa del gioco, nasce esattamente lì: al di fuori della legalità.

Azzardo è assenza di controllo

Oggi, nel mondo contemporaneo, sale slot, lotterie, il poker online vengono considerate “il problema per certe categorie di persone”; un pensiero candido, ma ingenuo. Nessuno gioca per rovinarsi economicamente e lo stigma del giocatore come “poveraccio” è solo una scorciatoia cognitiva per non voler capire un fenomeno complesso che ha una sua storia.

Ci sono molti giocatori e pochi ludopatici. Perché?

Ci sono milioni di persone che giocano che non sono affatto dei “poveracci”. Perché?

Ci sono organizzazioni criminali che propongono intrattenimenti senza alcun controllo e che “erogano” gioco e intrattenimento non legale. Perché?

Non si possono liquidare certe questioni con un istintivo: “perché i giocatori sono dei poveri imbecilli!”.

“Nessuno gioca per rovinarsi economicamente e lo stigma del giocatore come “poveraccio” è solo una scorciatoia cognitiva”

 

Chiunque dotato di un minimo di buon senso e comprensione della realtà si rende conto che un fenomeno come quello gioco, delle scommesse, del bingo, ecc, vivono nella nostra cultura da secoli. Queste attività hanno un’origine complessa che andrebbe capita, compresa, ed indirizzata, semmai, proprio per evitare che le persone – che giocano e continueranno a farlo – si rivolgano a mercati dell’intrattenimento più tetri e davvero privi di controllo.

L’equilibrata visione di se stessi che molti giocatori hanno, è abbastanza diversa da quella che si potrebbe aspettare: sono un giocatore, una persona posata e a cui piace giocare, non d’azzardo, ma giocare e basta. La parola “azzardo” legata a “gioco” disturba il giocatore sano proprio perché crea uno stereotipo univocamente maligno: sarebbe come dire “pirata” a tutti quelli che guidano un’auto, o “assassino” a tutti coloro che detengono un’arma. 

Ciò che determina l’emergere di tali aggettivi nel linguaggio comune è un tipo di relazione, che diventa maligna proprio ogni qualvolta che c’è assenza di controllo e dove mancano delle regole.

Una volta che si diventa consapevoli deformazione derivata dal linguaggio, ci si rende anche conto che esiste un gioco pubblico, libero e legale proprio per evitare che l’azzardo ovvero che l’assenza di regole e controllo – prenda il sopravvento.

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