Gli stipendi dei calciatori: oltre il giusto e lo sbagliato

stipendi calciatori

I faraonici stipendi dei calciatori delle massime serie sono spesso oggetto di dibattiti e di critiche da parte dell’opinione pubblica. La disapprovazione è, di certo, l’attitudine più comune.

Se ne parla in maniera continua, con sfumature e prospettive diverse. Chiacchiere da bar, si potrebbe dire, ma il discorso merita attenzione perché è sicuramente più profondo e complesso di quel che si pensa, perché l’unica cosa su cui ci si riesce a concentrare è il calciatore che guadagna tanto, ignorando altre questioni fondamentali e di principio.

Le considerazioni superficiali della maggior parte delle persone perdono il loro peso specifico e la maggior parte delle loro giustificazioni quando si analizza il calcio non più come uno sport come tanti, ma come un sistema che è uno dei pilastri delle moderne economie e un business che cresce a ritmi vertiginosi. Quindi, da cosa dipendono questi stipendi. Possono, in una qualche maniera, essere giustificati?

 

Gli elementi del sistema calcio

Il calcio più che come gioco o sport, ormai, andrebbe inteso come un complesso e interconnesso business. Il sistema calcio è infatti uno dei settori economici che cresce a ritmi più alti e uno dei pochi che garantisce ai vari Paesi un numero sempre più elevato e costante di ricavi e introiti.

Questi cospicui ricavi sono possibili perché il calcio è uno degli sport più popolari al mondo e il più seguito, senza ombra di dubbio, in Italia. Appassiona profondamente moltissime persone che fanno di questo sport una vera e propria ragione di vita, indipendentemente dall’essere calciatori o semplici tifosi. 

Questa gran mole di persone, verosimilmente targettizzabile secondo alcune categorie, contribuisce ai considerevoli investimenti degli sponsor nel settore e al ragguardevole costo dei diritti televisivi delle partite (che attraggono di conseguenza milioni e milioni di spettatori e tifosi). Il prodotto calcio funziona e i clienti, dunque, non mancano e non mancheranno.

Il calcio quindi sposta ingenti capitali, attrae tantissime persone che spendono e offre lavoro a una moltitudine di individui. Non va considerata solo la squadra che pratica lo sport ma tutto il sistema: i giornalisti sportivi, i magazzinieri, i custodi, i cameramen, i fotografi e così via.

 

La spinosa questione dello stipendio dei calciatori

Proprio a causa dell’esplosione di questo business, gli stipendi dei calciatori sono aumentati a dismisura. Un trend costante che ogni anno aumenta e non accenna a diminuire. “Milioni e milioni di euro solo per tirare due calci ad un pallone” è la critica ricorrente che avanza dall’opinione pubblica. Ma da cosa dipendono questi numeri così alti?

Lo stipendio di un calciatore non va considerato in maniera assoluta ma è il risultato di sofisticate e profonde dinamiche che regolano da una parte il settore del calcio e dell’altra il complesso sistema economico.

Analizzando la questione da una prospettiva più profonda, gli stipendi dei calciatori sono quindi il risultato del classico gioco tra domanda e offerta. I salari sono così alti perché è il sistema che lo permette, è il sistema che fa guadagnare tanto.

I calciatori, inoltre, permettono di portare avanti questo gioco e questo business, perché sono loro che attraggono il pubblico, gli sponsor e i maggiori investimenti delle varie aziende. Sono i pilastri di questo sport.

Certo è che, soprattutto a causa delle recenti difficoltà dovute alle chiusure e al lockdown, il sistema sta diventando, per larga parte, insostenibile.

 

La componente emotiva: i calciatori regalano emozioni

C’è un’altra componente da considerare. Cosa significa il calcio per tutti gli appassionati? Quale sport, sopra tutti, riesce a far vivere emozioni così forti e a stimolare un senso di attaccamento così profondo? Cosa tiene incollati tutti davanti alle notizie sportive?

La forte componente emotiva gioca dunque un ruolo importante, insieme a quella spettacolare. Il calcio da sport si è evoluto in spettacolo. Le partite sono un teatro per le esibizioni dei giocatori. I social media e il digitale hanno poi amplificato a dismisura questo fenomeno, facendo diventare persone comuni delle star (o degli idoli acclamati a livello mondiale, com’è stato il caso di Maradona) e ingigantendo ancor di più il sistema calcio.

E, soprattutto, non si prende in esame il fatto che i calciatori non guadagnano in assoluto le cifre maggiori nell’ambito sportivo. Anzi, spesso atleti di altri sport raggiungono cifre molto più alte. Nella F1, nella Moto GP, nell’NBA, nel Football americano, nel Pugilato gli investimenti di grandi sponsor e di grandi realtà internazionali fanno lievitare il valore economico del sistema e, di conseguenza, gli stipendi. Un’ulteriore conferma alle precedenti considerazioni.

Ecco dunque che a guardare troppo da vicino solo i numeri degli stipendi dei calciatori si perde di vista il punto fondamentale della questione. Essi non sono assoluti, ma sono legati a un sistema e crescono di pari passo con l’evoluzione di quest’ultimo. Un ragionamento che va oltre le categorie di giusto e di sbagliato.

 

 

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Il Lockdown e il fumo: tre aspetti critici

lockdown e fumo

Il lockdown totale che c’è stato durante la scorsa primavera e quelli più o meno stringenti degli ultimi mesi hanno messo a dura prova le persone, che hanno visto moltiplicarsi le difficoltà quotidiane.

Oltre al presentarsi di nuove criticità, all’accentuarsi di vecchi e nuovi problemi, il lockdown è stato un momento di sofferenza collettiva che ha sconvolto le abitudini, i ritmi e le ciclicità delle persone.

Stati nervosi, stress e ansia hanno peggiorato sensibilmente la salute mentale, e di conseguenza fisica, degli individui. In alcuni casi, attività che prima venivano svolte senza particolari conseguenze negative, come il fumare una volta ogni tanto per semplice passione, o per rilassarsi, sono diventati dei vizi con una forte componente negativa. Dunque, che conseguenze ha avuto il lockdown sul fumo?

 

Il Lockdown ha distrutto la componente sociale del fumo

Il fumo, nonostante le feroci critiche dell’opinione pubblica sui suoi effetti più o meno dannosi e sugli usi eccessivi o impropri, contiene da sempre un elemento connaturato alla sua stessa esistenza e gestualità: la socialità.

Quante amicizie e quante nuove relazioni sono nate da semplici frasi come “hai da accendere” oppure “hai una sigaretta”. Almeno una volta è successo a tutti di assistere a una simile situazione. E quante chiacchiere sono nate tra sconosciuti solo per il fatto di aver condiviso, magari, una sigaretta o del tabacco? 

Il lockdown, purtroppo, ha ridotto praticamente a zero questa componente relazionale, facendo perdere all’attività del fumo un grande valore. Tutti i rapporti sociali hanno accusato il colpo e risentito della situazione, che ha modificato le stesse attitudini psicologiche degli individui. Al momento attuale, forse in pochi si avvicinerebbero a degli sconosciuti per condividere un momento sereno e spensierato di socialità condivisa.

 

Il lockdown ha accentuato il fumo nervoso a discapito di quello passionale

Non solo il lockdown ha azzerato il valore sociale e relazione del fumo, ma ha anche cambiato le stesse peculiarità e connotazioni specifiche del gesto. Per molti, fumare non è un’abitudine nociva, un vizio negativo e incontrollato, ma un semplice modo di scaricare la tensione, di rilassarsi in momenti di particolare tensione, di assaporare il gusto intenso di un particolare momento.

Pensiamo ad esempio al fumo del sigaro, una passione che viene da lontano, un rito magico, una liturgia che ha i suoi gesti precisi e delicati: taglio, accensione, la stessa fumata. È proprio puntando su questa attenzione al dettaglio e questa ricercata lentezza che questo gesto si trasforma in un’esperienza piacevole e gratificante.

Il lockdown, invece, ha in molti casi trasformato quella che per molti era una semplice passione, un’attività di stacco piacevole dalla quotidianità, in un’attività nervosa e, spesso, scarsamente controllata. L’ansia, la frustrazione psicologica, lo stress hanno esasperato questo gesto, che in questo modo può diventare potenzialmente più rischioso, un vizio nocivo.

 

Una vita sedentaria accentua i lati negativi del fumo

Il terzo aspetto di questo rapporto tra il fumo e il lockdown è da ricercare nello stesso ambiente del lockdown: i luoghi di abitazione. La sedentarietà, infatti, accentua in maniera importante tutte quelle criticità legate al fumo.

Il perché è presto detto. Una vita arricchita da una giusta alimentazione e da un’attività sportiva costante che mette in moto e tiene in salute tutto il corpo umano, diminuisce drasticamente i potenziali rischi legati al fumo. Un qualcosa che invece il lockdown ha praticamente inibito, costringendo le persone a stare a casa.

Una parte, decisamente importante, delle conseguenze psicologiche che il lockdown ha avuto e sta avendo tutt’ora sulla salute degli italiani. Degli aspetti che non vengono mai trattati, che passano in secondo e in terzo piano rispetto ad altri, ma che invece meriterebbero un’alta attenzione e un accurato approfondimento.

 

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A caccia del virus

a caccia del virus, cinghiali

È di pochi giorni fa la notizia secondo cui, in questo periodo piuttosto turbolento, un altro virus, la peste suina, è pronto a spaventare il nostro paese e specialmente la regione più colpita dal Covid-19, la Lombardia.

La minaccia della peste suina è, in realtà, arrivata a settembre quando in Germania sono stati individuati i primi casi di animali infetti. Da quel momento la diffusione nel paese tedesco ha visto una notevole accelerazione tanto da preoccupare anche l’Italia.

Dalla Coldiretti, infatti, è subito arrivata la richiesta preventiva di interrompere le importazioni di animali vivi provenienti dalle zone colpite dalla peste suina con l’obiettivo di tutelare e salvaguardare gli allevamenti nostrani. È proprio questa la principale preoccupazione.

Si sa, la peste suina non è pericolosa per l’uomo – non può infatti trasmettersi neanche con l’ingerimento di carne infetta – ma lo è per gli animali e di conseguenza per l’economia del nostro paese. La sua diffusione rischierebbe di fare una vera e propria strage di quegli animali che rappresentano buona parte dell’alimentazione dei nostri concittadini. Danneggerebbe quindi uno dei settori economici più importanti d’Italia mettendo un ulteriore carico sui problemi che il nostro paese sta già cercando di affrontare. 

Tornando per un attimo alla pericolosità bisogna essere onesti, anche il Covid-19 inizialmente non era pericoloso per l’uomo perché erano i pipistrelli a trasmetterlo tra loro ma poi è sopraggiunto il salto di specie (spillover) e il virus ha raggiunto l’uomo con le conseguenze che conosciamo. La cosa che non sappiamo, però, è il momento in cui è avvenuto questo passaggio e nessuno sa se un giorno potrebbe interessare anche la peste suina qualora le occasioni di contatto tra i suini (infetti) e l’uomo dovessero moltiplicarsi. Sarebbe meglio quindi prestare attenzione non solo per proteggere i nostri allevamenti ma anche noi stessi.

La peste suina si caratterizza sia per l’estrema facilità di trasmissione che avviene attraverso il contatto tra animali – e con cibi – infetti oppure con attrezzature contaminate come potrebbero essere appunto i mezzi di trasporto, sia per l’elevato tasso di letalità, Nel 90% dei casi provoca, infatti, la morte del suino contagiato. Al momento, inoltre, non esistono vaccini.

E perché la Lombardia? Il motivo è perché solo in questa regione vengono allevati il 53% di tutti i suini presenti sul suolo della nostra penisola.

Il cinghiale veicolo di trasmissione

Il vero allarme, adesso, è legato ad un altro possibile veicolo di contagio: i cinghiali. Forse non tutti sanno che anche i cinghiali sono dei suini e che negli ultimi anni si sono moltiplicati rapidamente superando i 2 milioni di esemplari. Il problema dei cinghiali è legato al fatto che si tratta di animali selvatici che vivono liberamente e che nell’ultimo periodo, specialmente a causa del primo lockdown, si sono impossessati anche delle strade delle nostre città mettendo a rischio la sicurezza dei cittadini.

Questa proliferazione preoccupa la Lombardia anche a causa del secondo lockdown imposto a seguito della nuova ondata di Coronavirus. La chiusura significa avere meno persone per strada e più libertà di circolazione per i cinghiali. E più cinghiali ci sono in giro più si facilita la possibile diffusione della peste suina che rischierebbe di diventare incontrollabile e decreterebbe la necessità di sforzi – economici e non – non poco rilevanti da parte del paese per tornare alla normalità.

Secondo l’assessorato regionale all’Agricoltura, Alimentazione e Sistemi verdi della Regione Lombardia un’azione importante da fare per prevenire la diffusione del virus è limitare al massimo il numero di cinghiali come potenziale di questo veicolo di contagio.

Ed è qui che entra in gioco la caccia, essa può assolvere questo scopo con un’attività di contenimento della fauna selvatica attraverso l’abbattimento controllato dei cinghiali. Ma questo suo ruolo, con il secondo lockdown lombardo e con il costante pregiudizio nei suoi confronti, rischia di essere compromesso.

Un inutile attacco

Con questo articolo non vogliamo fare cronaca ma raccontare un punto di vista solitamente incompreso e che stavolta può tornare veramente utile al nostro paese e a tutti noi.

La volontà di aiutare il paese evitando il definitivo crollo dell’economia ha spinto la regione Lombardia – e Piemonte – a chiedere al ministro delle politiche agricole alimentari e forestali di consentire la caccia anche nelle zone rosse dato che è praticata all’aperto e in totale sicurezza.

Ma la risposta è stata negativa, per ora si è scelto di proseguire con i divieti che, ben oltre l’apparenza, sembrano inutili e dannosi. E la caccia non è la sola a dover subire queste decisioni, anche altri settori devono insistere per farsi sentire e farsi “capire”. Pensiamo, per esempio al comparto del gioco pubblico le cui restrizioni a cui è sottoposto rischiano di favorire la criminalità organizzata e… l’illegalità.

Le strategie pensate per limitare la fauna selvatica continuano, quindi, ad essere respinte dal governo e attaccate dalle associazioni che si autodefiniscono ambientaliste.

Un definizione, rispettabile, ma in questo momento poco comprensibile e a dir la verità sembrerebbe essere assunta per partito preso senza voler approfondire la questione relativa alla peste suina, virus che se entrasse con prepotenza nel nostro paese metterebbe a rischio tanti altri animali che immaginiamo stiano a cuore agli ambientalisti.

Non ci sembra giusto quindi, questo continuo “attacco” alla caccia specialmente in questo caso in cui la sua utilità collettiva è oggettivamente manifesta.

 

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