Gli stipendi dei calciatori: oltre il giusto e lo sbagliato

stipendi calciatori

I faraonici stipendi dei calciatori delle massime serie sono spesso oggetto di dibattiti e di critiche da parte dell’opinione pubblica. La disapprovazione è, di certo, l’attitudine più comune.

Se ne parla in maniera continua, con sfumature e prospettive diverse. Chiacchiere da bar, si potrebbe dire, ma il discorso merita attenzione perché è sicuramente più profondo e complesso di quel che si pensa, perché l’unica cosa su cui ci si riesce a concentrare è il calciatore che guadagna tanto, ignorando altre questioni fondamentali e di principio.

Le considerazioni superficiali della maggior parte delle persone perdono il loro peso specifico e la maggior parte delle loro giustificazioni quando si analizza il calcio non più come uno sport come tanti, ma come un sistema che è uno dei pilastri delle moderne economie e un business che cresce a ritmi vertiginosi. Quindi, da cosa dipendono questi stipendi. Possono, in una qualche maniera, essere giustificati?

 

Gli elementi del sistema calcio

Il calcio più che come gioco o sport, ormai, andrebbe inteso come un complesso e interconnesso business. Il sistema calcio è infatti uno dei settori economici che cresce a ritmi più alti e uno dei pochi che garantisce ai vari Paesi un numero sempre più elevato e costante di ricavi e introiti.

Questi cospicui ricavi sono possibili perché il calcio è uno degli sport più popolari al mondo e il più seguito, senza ombra di dubbio, in Italia. Appassiona profondamente moltissime persone che fanno di questo sport una vera e propria ragione di vita, indipendentemente dall’essere calciatori o semplici tifosi. 

Questa gran mole di persone, verosimilmente targettizzabile secondo alcune categorie, contribuisce ai considerevoli investimenti degli sponsor nel settore e al ragguardevole costo dei diritti televisivi delle partite (che attraggono di conseguenza milioni e milioni di spettatori e tifosi). Il prodotto calcio funziona e i clienti, dunque, non mancano e non mancheranno.

Il calcio quindi sposta ingenti capitali, attrae tantissime persone che spendono e offre lavoro a una moltitudine di individui. Non va considerata solo la squadra che pratica lo sport ma tutto il sistema: i giornalisti sportivi, i magazzinieri, i custodi, i cameramen, i fotografi e così via.

 

La spinosa questione dello stipendio dei calciatori

Proprio a causa dell’esplosione di questo business, gli stipendi dei calciatori sono aumentati a dismisura. Un trend costante che ogni anno aumenta e non accenna a diminuire. “Milioni e milioni di euro solo per tirare due calci ad un pallone” è la critica ricorrente che avanza dall’opinione pubblica. Ma da cosa dipendono questi numeri così alti?

Lo stipendio di un calciatore non va considerato in maniera assoluta ma è il risultato di sofisticate e profonde dinamiche che regolano da una parte il settore del calcio e dell’altra il complesso sistema economico.

Analizzando la questione da una prospettiva più profonda, gli stipendi dei calciatori sono quindi il risultato del classico gioco tra domanda e offerta. I salari sono così alti perché è il sistema che lo permette, è il sistema che fa guadagnare tanto.

I calciatori, inoltre, permettono di portare avanti questo gioco e questo business, perché sono loro che attraggono il pubblico, gli sponsor e i maggiori investimenti delle varie aziende. Sono i pilastri di questo sport.

Certo è che, soprattutto a causa delle recenti difficoltà dovute alle chiusure e al lockdown, il sistema sta diventando, per larga parte, insostenibile.

 

La componente emotiva: i calciatori regalano emozioni

C’è un’altra componente da considerare. Cosa significa il calcio per tutti gli appassionati? Quale sport, sopra tutti, riesce a far vivere emozioni così forti e a stimolare un senso di attaccamento così profondo? Cosa tiene incollati tutti davanti alle notizie sportive?

La forte componente emotiva gioca dunque un ruolo importante, insieme a quella spettacolare. Il calcio da sport si è evoluto in spettacolo. Le partite sono un teatro per le esibizioni dei giocatori. I social media e il digitale hanno poi amplificato a dismisura questo fenomeno, facendo diventare persone comuni delle star (o degli idoli acclamati a livello mondiale, com’è stato il caso di Maradona) e ingigantendo ancor di più il sistema calcio.

E, soprattutto, non si prende in esame il fatto che i calciatori non guadagnano in assoluto le cifre maggiori nell’ambito sportivo. Anzi, spesso atleti di altri sport raggiungono cifre molto più alte. Nella F1, nella Moto GP, nell’NBA, nel Football americano, nel Pugilato gli investimenti di grandi sponsor e di grandi realtà internazionali fanno lievitare il valore economico del sistema e, di conseguenza, gli stipendi. Un’ulteriore conferma alle precedenti considerazioni.

Ecco dunque che a guardare troppo da vicino solo i numeri degli stipendi dei calciatori si perde di vista il punto fondamentale della questione. Essi non sono assoluti, ma sono legati a un sistema e crescono di pari passo con l’evoluzione di quest’ultimo. Un ragionamento che va oltre le categorie di giusto e di sbagliato.

 

 

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Le arti marziali: il falso mito dell’incitamento alla violenza

arti marziali

Da sempre esiste un dibattito sulla possibilità che le arti marziali e più in generale gli sport da combattimento fisico, contribuiscano a diffondere e a far crescere la violenza nella società.

A causa di spiacevoli fatti di cronaca, di incidenti quotidiani o di altre situazioni che mettono in luce atti di violenza tra persone, ritorna sulla bocca di tutti il delicato argomento dell’insegnamento delle arti marziali, che divide l’opinione pubblica in due grandi fazioni con opinioni e considerazioni opposte sul fenomeno.

Da una parte si trova chi punta il dito contro di esse, accusandole di istigare la violenza e di fornire tutti i mezzi ai praticanti per poterla usare, senza limitazioni, su altre persone; dall’altra c’è chi difende queste discipline, perché, oltre ad essere uno sport molto affascinante con una tradizione più che millenaria, rappresentano un vero e proprio stile di vita che contribuisce a far crescere l’individuo – promuovendo ad esempio l’autocontrollo – e allo stesso tempo sono un concreto aiuto per le persone che provengono da contesti sociali molto difficili.

Le origini delle arti marziali

Le arti marziali sono un insieme di discipline, di metodi di combattimento codificati con tecniche e movimenti precisi, di pratiche fisiche e anche mentali nate in Oriente (Cina, Giappone, Corea) più di duemila anni fa.

Nel corso della storia queste discipline si sono evolute, hanno incontrato tante culture e subito contaminazioni con gli usi, i costumi, le tradizioni provenienti da diverse zone del mondo, tra cui quella occidentale. Il termine che si usa oggi, infatti, deriva dalla lingua latina e significa “arti di Marte”, ovvero il Dio romano della guerra.

Le arti marziali, inoltre, fin dalla loro nascita sono legate a una forte componente spirituale e religiosa, pensiamo per esempio al buddismo, una religione molto diffusa in Oriente che permea la struttura e le tecniche di molte discipline. Ecco perché l’uso della meditazione, del controllo del respiro e della calma interiore sono alcuni dei capisaldi delle arti marziali. Non a caso, nell’immaginario collettivo, esse sono da sempre connesse a templi e luoghi sacri della cultura orientale.

Più di uno sport da combattimento

Ecco che, senza ombra di dubbio, considerato il loro legame con la spiritualità, le arti marziali sono molto di più di uno sport da combattimento corpo a corpo. Anzi, per molti appassionati e praticanti, sono un vero e proprio stile di vita, una filosofia, un insieme di principi utili anche al di fuori dell’esercizio della disciplina.

Tra queste regole di comportamento ci sono ad esempio il rispetto dell’altra persona, la gentilezza, la calma interiore, la sicurezza nell’affrontare le situazioni e soprattutto la regola secondo cui le arti marziali non vanno mai usate al di fuori del luogo di esercizio e pratica, a meno che non sia strettamente necessario per difesa personale.

Queste sono le motivazioni per cui, secondo molti, le arti marziali rappresentino un vero e proprio processo di crescita e mentre si praticano si vive uno scambio di cultura e di conoscenze. Attraverso queste discipline si veicolano i valori utili alla formazione personale e alla vita di tutti i giorni, si sviluppa l’autostima, il proprio io e si migliora in modo armonioso il rapporto con gli altri e il mondo circostante.

 

Incitare la violenza: un falso mito duro a morire

Nonostante tutte queste caratteristiche e peculiarità positive, le arti marziali sono spesso oggetto di feroci critiche per il loro presunto incitamento alla violenza fisica. Ciò che si dice, infatti, è che queste discipline forniscano tutti i mezzi necessari affinché una persona possa esercitare violenza su un’altra.

Il punto della questione è però oggettivamente un altro. È naturale che delle discipline che si basano sull’utilizzo del corpo attraverso lo scontro fisico presuppongano l’uso della forza, ma è tra gli insegnamenti primari quello di non usare questa forza contro le persone – se non strettamente necessario in caso di difesa personale – al di fuori dei luoghi di allenamento. I ragazzi che scelgono di praticare una disciplina ne sono ben consapevoli, perché i maestri e gli istruttori fanno di questo insegnamento un mantra imprescindibile.

È dunque completamente sbagliato dire che le arti marziali incitino alla violenza, come è sbagliato dire che lo facciano anche gli sport da combattimento in generale, il pugilato per esempio. Inoltre, se si analizza la questione da un’altra prospettiva, queste discipline possono rappresentare un aiuto concreto per diminuire la violenza, invece che promuoverla. Si pensi a tutti quei ragazzi che vivono in un contesto socio-culturale complesso, che tendono alla delinquenza e non hanno possibilità di sfogare la propria rabbia e frustrazione. Per loro, le arti marziali possono rappresentare una vera casa, una famiglia, un ambiente che può accoglierli e farli crescere secondo sani principi di vita, primo fra tutti l’autocontrollo delle proprie emozioni, il rispetto verso l’altro e l’eliminazione della violenza. 

Il punto fondamentale, allora, è di certo un altro: non sono le arti marziali violente, e di certo non sono promotrici di violenza. Sono violente tutte quelle persone che le usano in modo improprio andando contro tutte le regole stabilite. Persone che spesso hanno bisogno di un aiuto psicologico. Ancora una volta, quindi, sta all’intelligenza e alla responsabilità del singolo scegliere di fare del male, o come dovrebbe sempre essere, fare del bene.

 

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Professionisti in fuga

poker professionisti in fuga

Sono tanti i giocatori di Poker professionisti che si sono trasferiti all’estero per continuare a praticare la loro professione con maggiore libertà e con più opportunità di crescita.

Una volta si parlava di fuga di cervelli – medici o ingegneri per esempio – che scappavano dall’Italia per “trovare fortuna” o meglio realizzarsi professionalmente, cosa difficilmente possibile nel nostro paese. Ora invece, anche se il fenomeno non è recentissimo ma sembra esserlo perché non fa notizia e perché di nicchia, c’è la fuga di altri cervelli… cervelli non considerati come tali, emarginati e incompresi: i giocatori di poker professionisti.

Si tratta di persone che fanno di questo gioco la loro professione. Un gioco che nella maggior parte dei casi viene scoperto da bambini o poco più, durante le feste natalizie con i parenti e praticato saltuariamente da ragazzi (o da adulti) con gli amici per passare una serata insieme diversa dalle altre.

Questa è la consuetudine, bene o male tutti conoscono il poker, perfino chi non lo annovera tra i suoi giochi preferiti neanche durante quell’unico giorno dell’anno, il Natale, in cui è “doveroso” giocare oltre che mangiare.

Una professione impegnativa

In questa consuetudine però, c’è qualcuno che ha approfondito la questione a partire dalle emozioni sane che nascono durante il gioco, ha iniziato ad appassionarsi sempre di più, a studiarlo, praticarlo e… vincere. Da lì un circolo virtuoso: studio, pratica, vittoria finché si capisce che la strada per il professionismo è possibile da intraprendere ma soprattutto è quella che si vuole intraprendere. 

Così nasce la vita di un professionista di poker. Una vita che oltre allo studio e al sacrificio consente di viaggiare, conoscere persone e posti nuovi e di avere uno stile di vita sopra la media.

Non è però tutto oro quello che luccica, il gioco del poker è un gioco ad alta varianza e i risultati si ottengono nel lungo periodo a differenza di quanto si possa pensare. Questo significa che possono arrivare periodi bui, in cui si investe tempo e denaro ma non ci sono ritorni economici perché non si vince. È proprio in questi momenti in cui la tenacia, la perseveranza, la gestione delle emozioni fanno la differenza per un giocatore professionista e vincente.

 

Perché si fugge all’estero?

Tornando alla fuga dei cervelli, i professionisti di poker che optano per il trasferimento in altri paesi, lo fanno per diverse ragioni che si appoggiano su un unico filo conduttore: la scelta del nostro paese di “distruggere”, in modo più o meno consapevole, il poker italiano.

Partiamo da un esempio. Ogni anno in america si giocano i campionati del mondo di poker e tra i tanti tornei ce n’è uno che se vinto consente di rimanere nella storia del poker (oltre a vincere una discreta somma). Lo scorso anno, un giocatore italiano professionista (Dario Sammartino n.d.r.) ha sfiorato la vittoria arrivando secondo e vincendo 6 milioni di dollari.

Cosa c’entra questo con la fuga all’estero? Dario non è residente in Italia e qualora lo fosse stato avrebbe dovuto versare all’Agenzia delle Entrate oltre 2,5 milioni di dollari solo per quella vincita. Essendo residente in Austria è riuscito ad evitare l’esborso di questa cifra perché altri paesi come appunto l’Austria (oppure Malta e Regno Unito), hanno sistemi fiscali e di tassazione diversi dal nostro, decisamente più snelli e favorevoli ai giocatori di poker.

Con questo esempio vogliamo dire che lo stato italiano, lasciandosi sfuggire talenti come Dario, ha scelto di non fare entrare nelle proprie tasche neanche un dollaro (euro per essere precisi) a causa di una tassazione poco favorevole a chi pratica questo sport. Sia chiaro, i giocatori non vogliono evadere le tasse ma solo contribuire con il giusto. Pertanto, se ci fosse stato un sistema di tassazione più equo i giocatori sarebbero rimasti in Italia contribuendo così all’economia del paese.

 

Liquidità condivisa e assenza di regolamentazioni

Discorso simile vale per il poker online. In questo caso la fuga dipende dalla mancanza di liquidità condivisa (cosa che invece c’è in Francia, Spagna, Portogallo). Nonostante si cerchi di promuoverla dal 2013, i nostri governi non hanno avallato questa possibilità costringendo i player a doversi confrontare tra loro solo a livello nazionale. Ed ecco il perché della fuga all’estero: poter giocare su piattaforme internazionali consente di mettersi alla prova contro i più forti al mondo, crescere, provare a diventare i migliori e perché no… vincere cifre più elevate.

Ridurre il numero di giocatori costretti ad andare via non porterebbe dei vantaggi solo al poker rendendolo più appetibile (garantendogli anche la spettacolarità che possiede, per esempio, in America) ma avrebbe anche effetti sull’economia dell’intero paese. I giocatori, in particolare i professionisti, resterebbero in Italia (o vi farebbero ritorno), si recupererebbe un ottimo contributo in termini di gettito fiscale e girerebbero più soldi nel paese.

Alla tassazione e all’assenza di liquidità condivisa si aggiunge anche l’assenza di regolamentazione del poker live nei casinò o nei circoli. Attualmente sono soltanto 4 i casinò dove si può giocare, ma senza una regolamentazione adeguata che spaventa i giocatori generando un evidente calo della spesa. Non dimentichiamoci poi che l’assenza di regolamentazione non alimenta solo la fuga dei professionisti e la diminuzione della spesa, ma che questa va ad alimentare il gioco illegale e gli interessi della criminalità organizzata. E i danni oltre che per l’erario e per la legalità si riscontrano anche per il lavoro: meno giocatori ci sono meno lavoro si crea per il settore.

 

Inconscio e pregiudizio

C’è un altro aspetto che inconsciamente contribuisce a questa grande fuga: l’opinione pubblica. La maggior parte delle persone quando pensa al poker pensa all’azzardo, alla fortuna, alla dipendenza e tutto ciò che confluisce in un giudizio negativo che non lascia spazio al dialogo e genera soltanto l’emarginazione dei giocatori.

Ma non c’è nient’altro di più sbagliato. Il nostro intento non è quello di invitare le persone a giocare o negare l’esistenza della componente fortuna, ognuno può e deve praticare lo sport che preferisce, quello che vogliamo fare è far comprendere a queste persone cosa c’è veramente dietro questo gioco.

Come detto il poker è studio, pratica, perseveranza ma non solo. Il poker è matematica, psicologia, è saper fare le scelte giuste, approfittarsi delle circostanze, è analisi degli errori, è anche riposo, è ascolto delle proprie sensazioni, gestione dello stress, del tempo e del proprio bankroll (denaro a disposizione). Il giocatore diventa l’azienda di se stesso, che si assume il rischio e sa di dover prendere in considerazione diverse variabili.

In tutto questo c’è anche la fortuna ma conta meno di quanto ci si possa aspettare altrimenti non vincerebbero sempre gli stessi. Bisognerebbe quindi iniziare a cambiare prospettiva, a pensare in modo diverso al poker, a partire dal governo con le regolamentazioni fino ad arrivare alle persone che in realtà non lo conoscono a fondo ma lo giudicano ghettizzando chi lo pratica. Capire quindi che l’azzardo, la fortuna e il pericolo si trovano da tutt’altra parte.

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Gli scacchi: il percorso verso lo status di “disciplina olimpica”

scacchi disciplina olimpica

Gli scacchi, sport della mente per eccellenza, stanno da tempo inseguendo l’obiettivo di diventare a tutti gli effetti uno sport olimpico.

Da tempo il mondo degli scacchi organizza autonomamente delle olimpiadi rivolte ai propri giocatori e al pubblico degli appassionati. In particolar modo, le versioni rapid (variante a tempo del gioco degli scacchi in cui ogni giocatore ha a disposizione un tempo che va da dieci a massimo sessanta minuti per finire la partita) e blitz (dove di solito il tempo massimo concesso a ciascun giocatore è di dieci minuti) sono tra le più gettonate o, in altre parole, le tipologie di competizioni che ottengono più riscontri a livello mediatico (soprattutto televisivo) essendo naturalmente più inclini allo spettacolo e al divertimento.

I numeri degli scacchi sono in continua crescita

Dati e numeri oggettivi, come il numero dei sostenitori e degli appassionati di questo sport che superano i 600 milioni nel mondo, legittimano questo inserimento. Un pubblico che è in continua crescita e vedrebbe di buon grado l’effettivo riconoscimento degli scacchi a disciplina olimpica. Sarebbe possibile, di conseguenza, creare un affascinante ecosistema che coinvolgerebbe diverse voci e darebbe risultati positivi in termini di visibilità e di crescita (ovvero di marketing e di comunicazione) di questo sport.

Per di più, esiste un precedente storico indubbiamente incoraggiante. Nel 1924 il comitato olimpico fece disputare un torneo di scacchi internazionale nella capitale francese, a Parigi, dove 55 giocatori provenienti da 18 paesi differenti si sfidarono in una serie di partite entusiasmanti e dall’alto coefficiente di difficoltà, mettendo in un campo una serie di tecniche e metodologie di gioco che, nell’occasione, affascinarono il pubblico mondiale.

L’integrazione di questo sport nella cerchia di quelli più importanti a livello internazionale rappresenterebbe, a cascata, una vera e propria affermazione delle discipline della mente a livello mondiale, agevolando il percorso di riconoscimento di altre attività simili come il poker o la dama e i videogiochi elettronici competitivi, gli eSports.

Dalla serie Netflix al cambiamento semantico del termine “Nerd”

I tempi sono maturi anche a livello ideologico e mediatico. Netflix, il colosso dello streaming, ha recentemente prodotto e presentato una nuova miniserie drammatica (creata da Scott Frank e Allan Scott) incentrata sulla vita di una bambina prodigio (e sul suo percorso di crescita personale e professionale) che insegue il sogno e l’obiettivo di diventare gran maestro degli scacchi. Una legittimazione che arriva quindi anche dal vasto mondo televisivo e cinematografico, che spesso tra i primi ha affrontato temi marginali e di nicchia, conferendogli un’importanza e una rilevanza senza precedenti.

In più, diventa obsoleto anche il significato legato al termine “nerd”, che spesso etichetta gli appassionati di questo sport e, in generale, delle discipline mentali. Questa parola ha cambiato completamente significato e dall’associazione poco positiva che a livello semantico contraddistingueva un certo tipo di persone e personalità, oggi essere “nerd” è un valore aggiunto e un appellativo di cui andare fieri. Un’associazione che esalta le capacità intellettive e mentali di un individuo e indica una passione molto forte per un argomento: in questo caso gli scacchi.

I punti di contatto tra gli scacchi e le attuali discipline olimpiche

Sono molte le peculiarità che il gioco degli scacchi possiede e che sono simili alle caratteristiche intrinseche delle discipline olimpiche. Il raggiungimento del livello professionistico corre su due binari che non sono infinitamente paralleli, ma si incontrano in punti di contatto e affinità che contribuiscono a legittimare pienamente le prime.

Se non si può naturalmente parlare di una somiglianza negli allenamenti e nella preparazione a livello fisico (per quanto anche questo sia oggetto di discussione, in quanto un esercizio fisico costante aiuta la persona a sentirsi bene con sé stessa, facendo sì che migliori il sistema nel suo complesso), il training e le attività mentali sono spesso superiori a quelle delle discipline olimpiche.

Ore e ore di esercitazioni, prove, addestramenti e simulazioni di situazioni di gioco sono il pane quotidiano di un giocatore professionista. L’intelligenza, lo studio costante, l’analisi dettagliata, l’abilità mentale, la rapidità di calcolo, di lettura, la lucidità di pensiero, la freddezza sono tutte peculiarità nobili che non sempre si acquisiscono fin dalla nascita; anzi, spesso vengono raggiunte con la costanza e la perseveranza. E, punto a favore, sono tutte caratteristiche che posseggono gli sport olimpici.

E allora, perché non equiparare le abilità della mente a quelle del corpo? Perché non assecondare una tendenza in atto nella contemporaneità che eleva sempre più lo spirito, la mente e l’affermazione dell’intelligenza e della capacità critica e mentale come fattori propulsivi e fattori guida per il presente e il futuro? I tempi sono maturi per un importante cambiamento di cui le istituzioni preposte possono rendersi protagoniste.

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A tuo rischio e… pregiudizio!

a tuo rischio e pericolo, sport estremi

Tute alari, parapendio, free climbing, parkour, tuffi in acqua da altezze impensabili sono solo alcuni dei tanti sport estremi che quotidianamente vengono praticati in diverse parti del mondo.

Gli sport estremi sono ormai entrati di diritto nel grande paniere di attività sportive che l’essere umano ha ideato e che pratica. Il loro numero cresce, aumentano le varianti e aumentano anche le persone che scelgono di approcciarsi ad essi. E come ogni sport anche lo sport estremo lo si fa per passione.

In questo caso c’è da dire, però, che la passione deve viaggiare con le spalle cariche di quel pregiudizio incondizionato proveniente da persone – la gran parte – che nella pratica di questi sport, non vedono altro che un inutile ed evitabile rischio

“Chi glielo fa fare?” si sente dire spesso, oppure “Che gusto c’è nel rischiare così tanto?” o ancor peggio se il gesto sportivo si conclude con il dramma, il “Se l’è cercata!” fatica a mancare.

Ascoltare queste frasi per chi quotidianamente si impegna a migliorarsi nello sport non è di certo il massimo e a dirla tutta, si tratta di pensieri decisamente obsoleti e in buona parte bigotti. Non vogliamo però far nascere una polemica e riteniamo che questo pregiudizio nasca principalmente dall’incapacità o dall’assenza di volontà nel comprendere cosa realmente spinge tanti ragazzi a praticare questi sport e cosa si nasconde dietro la loro passione.

L’obiettivo è proprio questo, presentare il punto di vista dell’atleta che per carità, non si può negare che talvolta mette a rischio la propria vita, ma lo fa con una certa consapevolezza che i “giudicanti” si limitano a definire spregiudicatezza e mancanza di rispetto per se stessi e la propria vita.

Cos’è uno sport estremo?

Anzitutto, prima di capire meglio partiamo dalla definizione di sport estremo. La dottoressa Rhonda Cohen definisce gli sport estremi come: “Un’attività competitiva entro la quale il partecipante è sottoposto a sfide fisiche e mentali inusuali come l’adattamento alla velocità, all’altezza, alla profondità o alle forze naturali, e dove una rapida e precisa elaborazione percettiva-cognitiva può essere richiesta per un esito positivo del risultato dell’attività”. Insomma un qualcosa di complesso, più di quanto si possa pensare.

Ce ne sarebbe anche un’altra più incisiva, provocatoria e perché no, romantica:

“Ci sono solo tre sport: corrida, corse automobilistiche e alpinismo; tutto il resto sono solo giochi”.

Chi l’ha pronunciata? Ernest Hemingway. Sebbene questa definizione sia più chiara, risulta un po’ limitante perché sembrerebbe dirci che nello sport o si rischia la vita o si sta facendo un semplice e noioso gioco. Proprio qui è il punto, dietro la passione verso gli sport estremi c’è tanto altro.

Motivazioni a confronto

Diversi studi hanno approfondito la questione. L’essere amanti del rischio, attratti da sfide in luoghi pericolosi, dal trovarsi di fronte a elementi ignoti e incontrollabili della natura, dal provare sensazioni fisiche fuori dal comune, sono tutte ragioni legate al rapporto che questi sportivi hanno con la necessità di sfidare se stessi. Il pregiudizio però, porta a definirle persone mosse da tendenze autodistruttive, ma non è affatto così nessun atleta vuole autodistruggersi.

Essi sfidano loro stessi e non il prossimo come la maggior parte delle persone si trovano a fare quotidianamente, nel lavoro o in altri aspetti della vita, per prevaricare sull’altro, vincere – spesso con ogni mezzo – rendendo questa scelta di certo meno nobile e poco rispettosa della vita… dell’altro.

Altri studi associano questa propensione alla ricerca di sensazioni estreme al bisogno di adrenalina che consente di uscire dalla noia del quotidiano. Si tratta di uno specifico tratto della personalità chiamato sensation seeking, che se fortemente presente nell’individuo lo conduce alla ricerca del rischio. A seconda del livello di sensation seeking varia la predisposizione a cercare o evitare le sensazioni forti. Insomma un tratto genetico come lo è quello legato ai recettori di dopamina: meno recettori si posseggono maggiore è la ricerca di stimoli e sollecitazioni.

Migliorare se stessi

Insomma c’è tanto dietro ogni sport estremo, da aspetti scientifici al fascino di andare “oltre il limite”. E non dimentichiamoci l’impegno, la costanza, lo studio, il continuo esercitarsi per cercare di diventare i migliori e si sa… diventare i migliori non è per tutti.

Non si possono quindi “liquidare” questi atleti come semplici irresponsabili, bisogna cambiare prospettiva, ascoltarli, comprenderne le necessità e apprezzarli perché diciamoci la verità, regalano emozioni anche a noi quando osserviamo, stupefatti, le loro performance.

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Olimpico o no? Chi dice cos’è sport?

sport olimpici - nuoto sincronizzato

Non tutto quello che vediamo alle Olimpiadi è Sport! Ci sono discipline, come il nuoto sincronizzato, che sembrerebbero più attività da circo. Foche ammaestrate con una mimica facciale degna dei migliori film Horror!

Avete presente le nuotatrici di sincro? Look obsoleto al limite del peggior carnevale trash, capelli tiratissimi, trucchi esageratamente appariscenti, sorrisi che sembrano smorfie, nasi deformati dai tappanaso… ecco, tutto questo, può essere considerato Sport di altissimo livello?

Da sempre sopravvalutato, uno sport che per diversi minuti ci costringe a guardare queste poverette a testa in giù ma soprattutto, alla faccia di anni di lotte femministe, propone un’immagine dell’atleta donna che rappresenta tutto quello che negli anni l’emisfero femminile ha cercato di scrollarsi di dosso.

L’omologazione delle atlete di sincro

L’idea è che tutto debba essere glitterato, rosa, perfetto, vezzoso al limite del ridicolo, se si tratta di donna. Se poi si ascoltano gli addetti ai lavori, c’è da chiedersi se davvero siano coscienti del periodo storico in cui viviamo.

Rinnegano con forza la similitudine alla danza, l’unico aspetto che potrebbe invece elevare un minimo questa disciplina circense. E come animaletti ammaestrati le “sincronette” devono rispettare innumerevoli regole per garantire l’omologazione richiesta:

“Ci sono migliaia e migliaia di regole riguardanti gli elementi, la durata dell’esercizio, il numero di atlete, il trucco, l’uguaglianza tra le sincronette della squadra. Una di queste regole, per fare un esempio, è il divieto assoluto di toccare il fondo o i bordi della piscina. Lo sapevate? Nel regolamento si tiene conto anche del sorriso delle sincronette: se le atlete si esibiscono stancamente, vengono penalizzate. Qualità tecnica, grazia, delicatezza, sincronia con la musica, forza e altezza di ogni figura, espressione artistica: queste sono alcuni degli elementi che i giudici osservano e analizzano per assegnare i punteggi.” cit. 3 cose che non sai sul nuoto sincronizzato e che forse sarebbe stato meglio far venire a galla dato che rendono tutto ancora più triste!

In sincro con il 2020?

Ma nel 2020 possiamo ancora pensare che ci siano ragazze che aspirano ad essere omologate in una fila di foche dal costume uguale, con i capelli uguali, il trucco uguale, per formare una squadra di automi sincronizzati ed essere valutate da una giuria che premia la totale assenza di personalità di queste atlete?

Piuttosto valuterei lo scambio: sincronizzato fuori e Esports nuova disciplina olimpica… almeno nei videogiochi, per arrivare al massimo, è necessaria oltre alle abilità strategiche, la propria e unica testa!

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A pesca di Sport

La pesca individuale ha rappresentato da sempre uno dei principali strumenti utilizzati dall’uomo per procurarsi il cibo. Oggi, diventata pesca sportiva, deve convivere con le critiche di chi la vede solo come atto criminoso.

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Oro di fiele

Siamo davvero disposti a tutto per essere dei campioni? Quando lo sport diventa business e l’atleta un surrogato del fatturato del sistema sportivo si azzera il principio dei valori e si passa sopra ad ogni principio.

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